PERCHE’ CANNAVARO NON GIOCA?

Un caso diplomatico, una frattura nei rapporti internazionali, il rischio di un conflitto armato. Si interrogano sulle possibili conseguenze intellettuali e fervidi pensatori, chiamati a disegnare gli scenari del prossimo futuro. Il calcio dei tanti protagonisti concentra le attenzioni (morbose) sul singolo, scava nei meandri dei più impensabili perché fino a toccare il fondo. Il provincialismo del pre e del post partita si arricchisce di episodi sempre più bizzarri. La domanda di rito resta inevasa, cozza con la calma olimpica di Benitez, oramai avvezzo alla questione. Non gioca Paolo Cannavaro o meglio, viene considerato al pari dei dei colleghi di reparto. Lesa maestà, il capitano non può essere relegato in panchina, deve scendere in campo, a prescindere da qualsiasi considerazione tecnica o tattica. L'allenatore iberico la pensa in maniera diversa e a molti, il nuovo corso, proprio non va giù. Eppure, all'ex centrale del Parma, sono state concesse diverse opportunità. Le ha sfruttate male, inutile girarci intorno. Col Sassuolo i primi segnali negativi, certificati dalla disattenzione che ha concesso a Zaza di pareggiare i conti. Poi la trasferta di Genova, i secondi quarantacinque minuti giocati al posti del claudicante Albiol. L'occasione del riscatto gettata alle ortiche. Spaesato, probabilmente a disagio nel nuovo contesto, fuori posizione, leggero nella marcatura. Gilardino (non un fulmine di guerra) gli va via come e quando vuole, Cannavaro ricorre al fallo che, fortunatamente, non viene sanzionato con l'assegnazione del penalty che avrebbe potuto riaprire la contesa. Prende appunti Rafa, instancabile amanuense. Fiumi d'inchiostro sgorgano sul suo taccuino e così a Londra lascia gli ultimi scampo del match al redivivo Fernandez. La scelta non è casuale, nelle sudate carte si annidano le ragioni di una mossa coraggiosa, impopolare ma forse necessaria. L'ultimo atto col Livorno, fiducia al colosso argentino (finalmente ripagata!), affiancato dall'incerto Britos, l'altra vittima da sacrificare sull'altare della riconoscenza. Il bilancio dell'uruguaiano è in rosso, il perticone già del Bologna è stato autore di topiche clamorose ma il suo piede mancino, unito alle capacità aeree, gli permette di integrarsi meglio con l'intoccabile Albiol. E così, al cospetto degli spavaldi labronici, il fratello d'arte è stato costretto a saggiare, per l'ennesima volta, la comodità della panchina. L'umiliazione è insopportabile, Benitez deve fornire spiegazioni convincenti in conferenza. Risponde da par suo, con la tranquillità di chi è certo di aver operato per il bene della squadra, senza guardare alla storia e al curriculum. E adesso che si fa? Spuntano le prime voci di mercato, potrebbe andare all'Inter, per ricongiungersi col buon Mazzarri, pronto a spodestare Ranocchia. Incombe, inoltre, la questione spinosa relativa a un contratto che dal prossimo anno sarà legato al numero presenze. Forse, dopo sette anni e mezzo, non ci sono più le condizione per andare avanti, le strade potrebbero dividersi. Senza drammi e senza rimpianti

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