IL LUNGO E INDOLORE ADDIO DI DE SANCTIS
Nemmeno il tempo di sbarcare a Fiumicino e s’è già calato nei panni giallorossi: “Ho parlato con Rudi Garcia, faremo una grande stagione. Forza Roma!”. E bravo a Morgan De Sanctis. Quattro anni di militanza partenopea spazzati via in un’oretta di volo verso la Capitale; una militanza costellata sì da luci e ombre (più dalle seconde, per la verità) ma lunga abbastanza, dunque impossibile da dissolvere in fretta e furia com’è sembrato fare l’ormai ex Pirata azzurro. Chissà, forse moriva dall’ansia di chiudere il prima possibile il suo legame col Ciuccio, dacché s’era reso conto da diverso tempo di quanto fosse nell’aria il suo addio al Napoli. Un addio già scritto, un lungo addio. Un addio che parte da lontano, e che non si può giustificare né spiegare con un solo motivo. Checché l’abbiano osannato molti nostri colleghi, quasi fino al delirio, non si può dire che il ragazzone abruzzese sia stato un portiere fenomenale in quattro stagioni. Da 6.5 pieno nei limiti del possibile, talvolta eccezionale in circostanze più uniche che rare; ma mai costante nelle prestazioni, in un continuo saliscendi tra colpi di reni e figure barbine. Con queste ultime che hanno finito per prevalere, soprattutto a causa di lacune che in tanti hanno fatto finta di non vedere: lacune riguardanti i fondamentali non del perfetto, ma quantomeno del bravo portiere. Trattasi di difetti dei quali il diretto interessato non ha mai voluto sentir parlare, borioso e troppo pieno di sé, convinto di meritarsi un posto d’onore nel Gotha dei portieri azzurri. “Sono bravo nelle prese e nelle uscite”, gli è scappato una volta: guarda un po’, proprio quello che è sempre stato il suo Tallone d’Achille, il punto debole che ha fatto perdere fior di punti al Napoli. Per non parlare del nervosismo, della tensione e dell’ansia da prestazione vissuti nell’arco di tutti i 90 e passa minuti, il che certamente non ha mai dato sicurezza ai compagni di reparto (oltre a provocare incubi ai piccoli raccattapalle…). Anche queste sono imperfezioni gravissime per un portiere. Un portiere inadeguato alle ambizioni di un club voglioso di farsi strada. Non vanno però dimenticati i fattori esterni alle caratteristiche del soggetto. Innanzitutto quello ambientale. Vi ricordate le contestazioni ricevute da una parte della tifoseria alla sua ennesima prova scialba? Per quanto fastidiose, erano contestazioni logiche, solo che il signorino evidentemente pensava “Sono come Zoff e Castellini, anche Bugatti e Casati mi fanno un baffo!”, ed eccolo inveire contro i poveri supporters. Lì il rapporto con una buona fetta di pubblico s’è totalmente rotto, dopo essersi inclinato già in precedenza per le figure barbine di cui sopra. E ciò avrà fatto riflettere non poco il giocatore. Altro aspetto da non tralasciare è quello legato all’umile Walter. De Sanctis è sempre stato uno dei fedelissimi di Mazzarri e ha capito l’andazzo quando il Vate, fifone come lui, ha dato furbamente il benservito lasciando il posto a Benitez. E in sede di presentazione a Napoli, il vincente spagnolo è stato anche fin troppo magnanimo nel dire che Morgan sarebbe stato il suo portiere al 100%; in realtà, il neoallenatore si stava già guardando intorno a caccia del degno erede. Al di là del possibile arrivo, poi sfumato, di Julio Cesar e di quello concretizzatosi del fido Reina, il sigillo al lungo addio di De Sanctis è stato posto con l’acquisto di Rafael. Poteva mai essere che un portiere, sebbene solo 23enne, titolare a 20 anni non del Ponte Preta ma del Santos, già vincitore di un Paulistão e di una Libertadores, già 3 volte Nazionale, lodato in Patria tra i migliori dell’ultima generazione, si rassegnasse a fare l’eterna riserva? No di certo. Poteva mai essere che Benitez, un allenatore che non crede alle gerarchie e ai patti di sangue, schierasse sempre De Sanctis dal 1’, indipendentemente dalle sue papere, facendo ammuffire in panca il nuovo secondo? No, senz’altro. Prima abbiamo usato il termine fifone per affibbiarlo anche al Pirata, oltreché a Mazzarri. E difatti l’abruzzese lo è. Per quanto guascone e vanesio, sicuro di essere inamovibile titolare malgrado le sue mancanze, si è sciolto di paura al solo pensiero che Rafael gli facesse giustamente concorrenza. Un’idea, quella di perdere il posto, che gli ha fatto perdere baldanza e che gli ha avrà anche provocato delusione nei confronti della società. Poverino lui, grande portiere tra i grandi portieri della storia del Napoli…
E pensare che a Dimaro c'è stato persino qualche buontempone (Dio lo perdoni…) che gli ha disperatamente implorato di restare, non volendo minimamente pensare all'idea di vederlo giocare all'Olimpico. E lui, per tutta risposta, ha desiderato lasciare un bel ricordo di sè esibendosi in una serie di palleggi accademici e sfottendo ironicamente gli ormai ex compagni: il logico commiato di un mezzo pagliaccio abituato a stare al centro dell'attenzione e a montarsi la testa, rasentando il narcisismo.Addirittura verso la fine della stagione ci si chiedeva se, malgrado tutto, non fosse il caso di concedergli un'altra chance, auspicando che rinnovasse per un altro anno. Invece Benitez è stato fin troppo lungimirante nella scelta, in quanto ha capito subito che, nella costruzione di una squadra a sua immagine e somiglianza, lo spilungone di Guardiagrele non avrebbe mai avuto voce in capitolo. Nè dal punto di vista tecnico (ve lo sareste mai immaginato giocare bene coi piedi, come vuole l'ex Liverpool?), nè tantomeno a livello umano, data la sua scarsissima umiltà inadatta a un calcio dove scende in campo chi è più meritevole. Meglio che sia andato via, dunque. E dica pure "Forza Roma!" altre 100 volte, manco fosse un capoultrà della Curva Sud. Almeno così i suoi ex sostenitori, non proprio inconsolabili, avranno un buon motivo per contestarlo alla prima sfida tra azzurri e giallorossi della prossima stagione. A conferma che il suo, oltrechè lungo, sarà soprattutto un addio indolore, senza drammi e pianti.
