CONTINI: I FISCHI IN APPLAUSI
Come cambia la vita in un anno. Trecentosessantacinque giorni per prendersi Napoli e conquistare la stima dei napoletani. Stando nelle retrovie sul campo di calcio e nella vita di tutti i giorni, che dichiarazioni ad effetto e promesse pompose non fanno parte di questo ragazzo, nato dalle parti di Varese; precisamente a Gemonio. Un piccolo paese della Brianza abitato da duemila anime o poco più. Terra di gente abituata a piegare la schiena e parlar poco, che il fiato va conservato per svolgere al meglio il proprio lavoro. Perchè i fatti riscuotono maggior credito delle parole e il buon Matteo lo ha dimostrato. Nonostante l'arrivo in sordina di appena un anno fa, nonostante il venticello di Castelvolturno portasse al suo orecchio voci poco piacevoli, giudizi non molto lusinghieri e teneri nei suoi confronti. Correva l'annus domini 2007, mica preistoria. L'estate del ritorno nella massima serie, quella mal goduta per via di un mercato che non pareva all'altezza delle aspettative. Quella dell'attesa dei grandi campioni mai arrivati (?). C'era anche Contini nel calderone, protagonista involontario di polemiche e diatribe tecnico- tattiche lontane anni luce dal suo modo di fare calcio. Un modo pratico, in cui si privilegia la sostanza alla forma perchè è meglio essere concisi e diretti che prolissi ed inconcludenti. Meglio un calcione in tribuna che un dribbling rischioso, per dirla nel gergo pallonaro. Un modo che ha conquistato tutti i tifosi, anche quelli più scettici. Impossibile restare indifferenti alle sue prestazioni, non appassionarsi a quel modo di stare in campo fatto di cuore e fosforo. La grinta usata con freddezza perchè una virtù è tale se ti aiuta a rendere al meglio e non si trasforma in un boomerang, in qualcosa che ti si rivolta contro, facendoti perdere in un bicchier d'acqua. Una generosità intelligente. Sicuro delle proprie qualità ma conscio anche dei suoi limiti, Matteo incarna l'animus pugnandi, quella voglia di non mollare nemmeno un centimetro all'avversario, che piace tanto alla gente. Mostra quello sguardo fiero, a testa alta, di chi sa ciò che rappresenta. Di chi sa che l'azzurro della maglia non è solo un colore ma pure uno stato d'animo che ti permette di arrivare là dove altrimenti non riusciresti ad arrivare. Una molla che ti carica a mille lanciandoti verso gli avversari come un leone affamato si scaglia sulla preda.
Guardiano silenzioso e discreto di cui ti accorgi non appena un pallone gravita dalle sue parti. Un guerriero dal viso d'angelo che concilia proprio tutti i gusti: maschili e pure femminili. L'anti- eroe per antonomasia catapultato sotto le luci di una ribalta che non gli appartiene ma che merita e di cui deve essere fiero. Figlio di un equilibrio che lo aiuta a superare con serenità i momenti più difficili e a tenere i piedi ben piantati al suolo dopo qualche lode di troppo. Di fare delle vittorie non un motivo per sedersi ma uno stimolo per ottenerne altre e delle sconfitte un'occasione per poter crescere, correggersi e migliorare. Nessun rischio di voli pindarici per Matteo, dunque. Solo la consapevolezza di essere riuscito, nel giro di un anno, a trasformare i fischi, figurati, per il suo acquisto in applausi veri, reali, da scorticarsi le mani, per le sue prestazioni.
Un anno di duro lavoro per conquistare quella maglia azzurra da titolare, per dimostrare di non essere solo l'alternativa di e nemmeno inferiore agli altri difensori della rosa. Sempre dietro le quinte, al riparo da quelle luci calde e forti che piacciono tanto ai cosiddetti big. Meglio il fresco della penombra per divorare senza sosta il verde di Castelvolturno, per continuare a camminare sulla linea tracciata con il consueto equilibrio e l'umiltà di sempre. Perchè solo così si trasformano i fischi in applausi.
