CHIAMALA MERITOCRAZIA…
Dicesi merito “ciò che rende degno di stima, di ricompensa; diritto alla gratitudine, alla stima, alla ricompensa acquistato con le proprie capacità o le proprie opere” (fonte: Dizionario di Italiano de “La Biblioteca di Repubblica”, 2004). Nozione vecchia come il mondo, dal significato semplice e comprensibile. All’interno di un vocabolario il lemma può essere viepiù arricchito da massime o aforismi, formulati da grandi filosofi e pensatori d’ogni epoca e ideologia. E tra le suddette massime chissà che non compaia la mirabile opinione partorita dalla mente di Riccardo Bigon, riguardo alla tormentata questione del contratto di Hugo Campagnaro. Il bello (o il brutto, fate voi) è che tale opinione verrebbe inserita come esempio negativo da ignorare, come memento a non seguirne l’idea concepita, dacché chi ha espresso quel pensiero farebbe meglio a non sputare sentenze circa la definizione di ‘merito’.
E’ ben nota la vicenda del ‘Boss’, tuttora irrisolta e ben lungi dal terminare con un lieto fine. Il contratto che lega il difensore argentino al Napoli scadrà tra sei mesi, e le distanze che separano la sua posizione da quella della società permangono. Impossibile tralasciare ciò che di buono ha prodotto in quattro stagioni partenopee, in quanto a prestazioni sportive spesso eccezionali, ma anche a livello umano: mai una parola sopra le righe, mai una smarronata diplomatica. Neanche quando, ritenendolo poco tranquillo a causa della questione, Mazzarri l’ha messo fuori gioco salvo poi ridargli spazio dopo un franco tête-à-tête; con la promessa, da parte del giocatore, di dare il massimo finché il contratto dura. Dedizione al lavoro, professionalità, serietà, forte attaccamento alla maglia: qualità etiche sottolineate qualche giorno fa dal suo procuratore Alejandro Mazzoni. Quest’ultimo, interrogato sul destino di Hugo, ha detto che non c’è fretta nel definirne il futuro, ma ha altresì ribadito le giuste e comprensibili intenzioni del suo assistito. Che Campagnaro desideri un adeguamento non è un mistero. Ma ciò non può far gridare allo scandalo nemmeno il più puritano dei moralisti: trattasi non di esosa pretesa, bensì di onesta richiesta di una ricompensa proporzionata, appunto, al merito, alle ‘proprie capacità’ e alle ‘proprie opere’ (aggiungiamo noi, più che positive). E all’impegno, dote mai assente nel Toro di Córdoba, almeno finché le forze glielo consentiranno, visto che l’età avanza – compirà l’età di Cristo il 27 Giugno – e il prossimo potrebbe essere l’ultimo contratto della sua carriera, come ha naturalmente affermato lo stesso Mazzoni.
Ebbene, a margine della presentazione del redivivo Calaiò e di Armero, Bigon s’è espresso in tal guisa sull’argomento appena discusso: “Non mi sta bene che dobbiamo avere riconoscenza con Campagnaro e che meriterebbe il rinnovo per quello che ha dato. Noi siamo una società che ha stile e valutiamo la meritocrazia, ricordatevi che questa società ha fatto un rinnovo a Grava con il ginocchio rotto. Poi vi sono le richieste economiche che noi dobbiamo legittimamente valutare, ci sono delle proposte fatte, questo è quanto”. Impossibile non trasecolare e rimanere allibiti dinanzi a siffatte affermazioni. Impossibile tacere e inghiottire l’amara pillola senza fiatare, metabolizzando così l’ennesima esternazione irreale e stramba del diesse. Impossibile lasciar scorrere tutto come se nulla fosse e non affrontare il caso con convinta decisione. Dunque, perché Campagnaro non meriterebbe il rinnovo e gli si dovrebbe negare riconoscenza? Forse, perché Bigon, timoroso di perdere la poltrona, si attiene ai concetti resi pubblici in passato dal suo presidente, secondo il quale chi ama davvero la maglia deve metterla in primo piano, lasciando i danari al secondo posto. Oppure perché in tempi di crisi economica opina, novello perbenista del football, che certe richieste da parte di un calciatore siano esageratamente esose, e allora al mangiapane a tradimento di turno non rimarrebbe altro che fare le valigie. E magari pensa che tali eccessive richieste, essendo impossibili da esaudire, non vadano nemmeno prese in considerazione, così da impedire un sano e civile confronto tra le parti in causa e mandare miseramente all’aria il rapporto con il tesserato: un peccato mortale, tanto più se in ballo vi è un elemento prezioso per la squadra; un peccato che potrebbe, ahinoi, ripetersi con chiunque altro nel club. Inoltre, Bigon sostiene che la SSC Napoli ha stile e valuta la meritocrazia: in parole povere, la dirigenza adotterebbe una politica secondo la quale a ogni dipendente, a partire dall’allenatore in giù, viene attribuito un equo compenso proporzionato al merito dell’interessato. Non vogliamo fare polemiche, tuttavia, visto che Pandev, attaccante migliore del ‘ragazzino’ Insigne, è pagato 2.3 milioni di Euro e che Dossena, utilissimo al punto da essere dato in prestito al Palermo, riceve 1.2 milioni, perché non attuare un indolore ritocco dell’ingaggio del ‘Boss’ e dargli qualcosina in più dei 900.000 Euro attualmente percepiti? E’ lecito chiederselo, specie se si considera che con la stessa cifra è retribuito anche Donadel, la cui condizione ritrovata (sì sì, ce ne siamo accorti…) ha suggerito di non cederlo altrove. Posti questi necessari interrogativi, ci risulta ampiamente arduo asserire che il concetto di meritocrazia del direttore sportivo azzurro abbia caratteristiche uguali, o simili, a quello suggerito dal buonsenso, nonché dai maggiori filosofi e pensatori di cui sopra. E’ chiaro, comunque, che certe lezioncine etico-morali non possiamo digerirle; e certe dichiarazioni, tipo l’aver rinnovato il contratto a Grava col ginocchio rotto, hanno un rancido sapore di dilettantismo e risuonano con il tono di un dileggioso sfottò. Tutto ciò, unito all’imperfetto e insufficiente operato del soggetto nel ruolo da lui ricoperto (e di ciò ne abbiamo già disquisito infinite volte), non può che portare a una conclusione definitiva, lapidaria, severa per quanto si vuole, ma non scevra di lucidità: se Campagnaro non è degno del rinnovo, di chiudere la sua distinta e onorevole carriera giocando con il Napoli, allo stesso modo il caro dottor Bigon è immeritevole di svolgere la sua attuale mansione, non già per gli scarsi risultati a livello tecnico, ma anche per quanto concerne la gestione dei rapporti umani, fuori dal campo, con i giocatori. Tornasse a fare il team manager, ch’è meglio. E si leggesse un bel libro di filosofia, tipo l’Etica Nicomachea di Aristotele: gli infonderebbe un po’ di sale in zucca, facendogli capire come mai non merita il quadriennale che De Laurentiis gli ha scelleratamente regalato.
