CIAO ARCIERE, TORNA PIU’ FORTE DI PRIMA

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Non tutti lo conoscevano, quel ragazzino di 23 anni originario di Palermo, quando in un ormai lontano 10 gennaio 2005 firmò il contratto che l’avrebbe legato al Napoli per i successivi tre anni e mezzo. Alle orecchie del tifoso medio, il suono della parola Calaiò era più o meno lo stesso di quello della parola Berrettoni, o di Varricchio. Niente di più. Chi invece la sapeva un po’ più lunga aveva già intuito che quei tre milioni e mezzo investiti da Marino si sarebbero poi rivelati benedetti. Perché Emanuele Calaiò aveva già fatto vedere chi era, con la maglia del Pescara, e a Napoli ha saputo confermarsi. Tanto da entrare di diritto nella storia della gloriosa società partenopea in quanto principale artefice della sua risalita dagli inferi.

Un inizio stentato, complice una squadra che zoppica e che a fine anno fallisce anche l’obiettivo promozione. Arrivano le prime critiche di chi non lo ritiene adatto alla grande piazza, così come si sente da subito lo scarso feeling con mister Reja, che si relaziona a lui con il rispetto che si deve ad un giocatore importante ma non con la fiducia incondizionata che si deve a un campione. Ben diverso il rapporto con la maggioranza dei tifosi, un colpo di fulmine scoccato dal primo momento e mai sfumato, neppure nei momenti peggiori. L’appassionato del Napoli ha il palato raffinato, si esalta più con una sola grande giocata che con tre tap-in sotto porta; quando vede il colpo ad effetto torna ai dorati trascorsi e gli brillano gli occhi. E le invenzioni di Calaiò, attaccante atipico che non disdegna la finezza e il tocco di fino, sono luce che squarcia la penombra dei vari mestieranti di terza serie. Anche per questo il secondo anno la musica cambia, Emanuele sente intorno a sé la fiducia dell’ambiente ed è supportato da una corazzata invincibile, della quale lui è la punta di diamante. Ecco quindi la promozione in B e il titolo di capocannoniere, 18 reti di cui molte pregevolissime. E’ un grande momento e l’arciere, che saluta ogni prodezza scoccando una freccia verso la curva, si propone per la stagione fra i cadetti come punto fermo dell’attacco azzurro. Con lui c’è Bucchi, 29 reti l’anno precedente, ma l’intesa non decolla e la sterilità offensiva diventa un problema. L’ex Modena finisce ai margini, Manu invece tiene duro e toglie più volte le castagne dal fuoco al suo allenatore, che intanto continua a sostituirlo appena ne ha l’occasione. A fine anno sono 14, molti dei quali decisivi, punti fondamentali nella classifica finale che ancora una volta sorride al Napoli. Serie A, al primo tentativo, è l’apoteosi. Si ritorna fra i Grandi, Calaiò è stato l’artefice principale e i tifosi lo sanno. Lo sanno e non lo dimenticano, neppure nei momenti più bui. E quest’anno di momenti no il numero 11 ne ha avuti parecchi, un po’ per colpa sua, un po’ per colpa di chi non ha creduto in lui. Il fondo l’ha toccato forse il 4 novembre, Napoli-Reggina al San Paolo. Entra, come al solito a partita inoltratissima, e poco dopo l’arbitro fischia un rigore. Gli sembra l’occasione per scacciare via i fantasmi di una stagione nata male, strappa il pallone dalle braccia di Domizzi e va sul dischetto. Parato. Via alla bufera, con tanto di multa per aver tirato un penalty che non gli spettava. E’ l’apice negativo di un’annata che ha solo un sorriso, la doppietta di Livorno. Per il resto è tutto da dimenticare, da lasciare fuori dalla valigia che invece conserverà un posto per i bei ricordi, che sono di sicuro più di quelli brutti.

Già, perchè la storia di Emanuele Calaiò con Napoli si interrompe qui, almeno per il momento. Ha accettato, sicuramente a malincuore, di andarsene a Siena per rilanciarsi in A con un allenatore che creda almeno un po’ in lui, e che non aspetti la minima occasione per farlo fuori. Cercherà di dire la sua in quella categoria che si è conquistato sul campo, sudando e lottando per una maglia che gli si era cucita sulla pelle, per una città che l’aveva adottato e amato come un figlio legittimo. Dimostrerà a chi lo ha bollato come cadetto senza speranza che il suo estro e le sue innate qualità di bomber possono funzionare anche fra i migliori, basta crederci e insistere. Il prezzo da pagare sarà alto, per lui e per chi non avrebbe mai voluto vederlo con un’altra maglia, sarà dura buttare giù un boccone così amaro. Ma tanti successi insieme non si dimenticano, e l’augurio per Calaiò è che riesca finalmente a farsi valere e a raggiungere i traguardi che ha nelle sue corde, le vette più alte. La speranza, invece, è che quello col Napoli non sia un addio bensì soltanto un arrivederci. Ciao arciere, torna più forte di prima.

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