LA PIAZZA DELLE TRE CULTURE
Il mare è bianconero, Trebisonda scompare dalla lente. Si resta disorientati, si perde la rotta dopo la caduta rovinosa di Torino. Tanto è bastato per immergersi in un fiume di critiche, condite da giudizi avventati, talvolta feroci. Una caccia all'uomo, una spietata ricerca del colpevole, accompagnata da una serie di valutazioni quantomeno rivedibili. Opinionisti dell'ultim'ora, pronti a sobillare una piazza sempre pronta ad esplodere, nel bene e nel male. La sosta alimenta le discussioni, rigorosamente improntate sul pessimismo più marcato. Dallo scudetto alle sesto posto, il passo è breve e repentino. L'equilibrio non è di tutti e quindi giù con il disfattismo, con le analisi pessimistiche e trancianti. Difensori scarsi, centrocampisti non all'altezza, attaccanti evanescenti. E poi il tecnico, incensato fino alla scorsa settimana. La gogna mediatica e ambientale ha indicato il suo nome. L'esclusione di Mertens, il mancato inserimento di Dzemaili, la collocazione tattica di Hamsik. Una serie infinità di banalità preconfezionate, offerte alla prima occasione utile al tifoso umorale, seduto sull'altalena delle emozioni, schiavo del singolo avvenimento. Il tricolore, già cucito nell'immaginario collettivo, si è improvvisamente staccato dal petto. Da qui la delusione irrazionale, le parole al vetriolo che rasentano la rabbia. Un limite che mina la tranquillità di un gruppo di lavoro totalmente nuovo, e per calciatori e per staff tecnico. Ma un certo tipo di “attenuanti”, si sa, non fanno proseliti. Più facile scagliarsi contro gli arbitri, i nemici di sempre, a costo di perdere il contatto con la realtà. Il Fuorigioco c'era, la gestione di Rocchi ha lasciato qualche perplessità, la scelta di affidare un match così importante ad un direttore di gara messo sotto accusa dalla procura di Napoli è apparsa, sin dalla comunicazione ufficiale, improvvida, scellerata. E con la Juventus, soprattutto in trasferta, certi torti occorre metterli in conto. E' così da sempre, inutile prendersela più di tanto. Per andare oltre, serviva un grande Napoli e invece gli azzurri non sono entrati mai in partita. La tesi del complotto trova terreno fertile, alimenta i sospetti e fornisce una ragione di comodo che aiuta a cancellare l'amarezza e a guardare avanti. C'è però chi, alle prime difficoltà, si volta indietro, con aria malinconica, e rimpiange i bei tempi andati. I nostalgici, orfani di Mazzarri e del suo credo. Sono loro a chiudere il cerchio “tensionale” di Mohr. Sarà questo l'indirizzo generale, almeno fino alla prossima domenica, quando basterà una vittoria contro il Parma per tornare a parlare di primo posto.
