Tatticamente – “Mister 33” manda a segno il 33: l’importanza dei corner

Paradossalmente il miglior segnale per rispondere alla Juve. Una vittoria da Juve, usando le sue stesse armi. Quelle che intanto i bianconeri avevano riposto a Ferrara, e con le quali il Napoli è riuscito invece a fucilare il Grifone. Non senza qualche patema. E’ nella fase calda il campionato, dov’è palese che nessuno regali niente a qualcuno; dove le ultime possono fermare i primi e non esistono gemellaggi – almeno sul campo. Il Genoa stava per approfittare d’un Napoli opaco, stitico, e per poco non ha piazzato il colpo. Mai continua la squadra di Sarri nello sviluppo del suo calcio e nelle decisioni che contano: s’accende e si spegne, si trucca e si strucca e il volto non è più lo stesso – mascherato d’una velata malinconia mista ad apatia. Regalati ampi periodi di partita, il Napoli è apparso molle, spossato: un tarlo – la ghiotta occasione di riaprire i giochi – che infido s’è insinuato, divorando le certezze.

Una nota – collaterale -, che è in fondo un altro paradosso: talvolta, la c.d. settimana tipo è più un male che un bene. Per stemperare le pressioni, il logorio mentale, per distogliere anche solo per un attimo l’attenzione dall’obiettivo Scudetto, l’impegno di Coppa andava visto come uno psicofarmaco, quantomeno un palliativo: un antistress, il fidget spinner per distrarsi ed alleggerire la mente. Perchè allenarsi soltanto richiede applicazione e sacrificio, ma soprattutto energie, e non è affatto garanzia di risultato: è un motivo incessante, ripetitivo, che i ragazzi conoscono a menadito; che va dunque sfruttato per qualcosa di diverso. Come evidentemente è stato fatto.

Per vincere tanto, il Napoli s’è accorto che non basta giocar bene ed ignorare tutto il resto. Ha bisogno di altro, di altro da sè; ciò che forse non sa (sapeva) d’avere ed il Genoa nemmeno ha immaginato. Quando il pallone scotta o fa le bizze e non vuole entrare, bisogna provarle tutte e tirar fuori il coniglio dal cilindro, la testa dal sacco ed inzuccare in rete. Il Napoli la vince – appunto – di testa. Che non perde; anzi, è la settima volta – fra tutte le competizioni – che riesce ad utilizzarla al meglio, a farci gol. La vittoria di “Mister 33” (Sarri), grazie all’uomo col 33 sulle spalle. Un numero ‘Maestro’, per gli amanti dell’esoterismo; “gli anni di Cristo”, secondo la Smorfia ed i Vangeli: la luce, una lanterna che illumina il buio e spazza via le nubi (tenebrose). Il Destino, insomma.

Fantastica la torsione di Albiol: una spizzata che disegna una curva imprendibile, un arco che comincia nella direzione del primo palo e termina sul secondo. E’ uno schema che prevede generalmente la traiettoria prolungata e arretrata, a favore dell’inserimento di un’altra torre come Koulibaly o la ribattuta del piccoletto Mertens. Ma Albiol è straordinario: giganteggia, lascia di stucco lo stesso Perin e spiazza l’intera retroguardia rossoblu. Evidente che il Genoa non s’aspettasse proprio lo stacco dello spagnolo, d’uno che non segnava da due anni e che alla quinta stagione napoletana ha trovato appena la terza gioia personale. Evidente altresì che fosse considerato Koulibaly quello da temere, il punto di riferimento principale: a lui ci pensa infatti Spolli, quindi il centrale, in teoria il miglior saltatore della formazione di Ballardini. Mentre alle spalle di Albiol c’è Galabinov, che guarda e aspetta gli cashi la sfera piuttosto che respingerla in anticipo. Albiol gli prende nettamente il tempo.
Così, già nel primo tempo il Napoli aveva provato a sorprendere il Genoa. Sempre un corner, sempre lo stesso battitore – Callejon, col destro ‘a rientrare’ -, ed il più piccolo di tutti (163 cm) a saltare. La gira con la nuca, Insigne. Ancora sul palo lontano, esattamente come Albiol. Lo sottovaluta il Genoa, che legittimamente non prevede la pericolosità di Insigne in circostanze simili: è di nuovo Galabinov a presidiare invano quella zona; il bulgaro non ha il contatto con l’avversario, al quale è bastato un tocco per tagliarlo fuori. Sfortunato Insigne, perfetto il sincronismo con Callejon; tempismo determinante, necessario quando non si è specialisti – per ovvie ragioni – del fondamentale in questione. Una tipologia di corner efficace, che risale alla cultura anglosassone, rivisitata dal Napoli.
Interessante il ventaglio di soluzioni che il Napoli propone quando impegnato dalla bandierina. Qui ne porta due sul pallone: Callejon e Rui. Un modo per disinnescare il dispositivo nemico e disorientare le marcature del Genoa. Che inevitabilmente comincia a chiedersi: • Chi dei due batte? Il mancino di Rui o di nuovo Callejon ma stavolta ‘ad uscire’? • Magari scambiano corto? Interrogativi, dubbi strettamente legati al traversone che arriverà. Teso e stretto lo spiovente di Callejon (alla fine è toccato a lui) a cercare il blocco – accorrente in terzo tempo – Albiol-Koulibaly, nel tentativo d’approfittare d’un Genoa molto schiacciato a ridosso del proprio specchio. Ragion per cui sarà costretto ad intervenire Perin, l’unico che chiaramente può usare le mani e potenzialmente governare l’intera area: ostacolerà Albiol, eludendo il possibile impatto di Koulibaly.

Alessio Pizzo

Studente in Comunicazione Digitale, appassionato di calcio, tecnologia e buone letture. Vanta già esperienza giornalistica con 100 *100 Napoli

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