Tatticamente – Zielinski “finto esterno” ed il ritorno della difesa a tre (e mezzo)

Il Napoli di questo inizio 2019 sta dimostrando che quando gioca su ritmi alti, è intenso, corto e dinamico, vince egregiamente due formazioni di ottimo calibro, come Lazio e Sampdoria, arrivate al San Paolo in un buon momento di forma e che solitamente riescono a mettere in difficoltà qualsiasi squadra del nostro campionato, Juve compresa, che ha dimostrarlo di soffrirle, e anche molto in casa e fuori, salvo poi batterle solo grazie a degli espisodi favorevoli. Al contrario, invece, il Napoli visto a Milano col Milan, soprattutto nella sfida di Coppa Italia, finisce per essere una squadra piatta, “normale”, che se non tiene in pugno il controllo del match s’allunga, attacca male e rischia pure di prendere delle imbarcate in contropiede. Ecco perchè Allegri ha torto marcio quando al termine del pareggio interno col Parma afferma che giocar bene, far divertire la gente equivale ad essere poco pratici e mettere a rischio le partite. È l’esatto contrario, e vale anche per una squadra come la sua zeppa di campioni, dove Mandzukic prova a giocare col cronometro al limite della propria area di rigore, e a tempo praticamente scaduto sbaglia un disimpegno e regala il pallone del 3-3 ai ducali. Nonostante un pragmatismo di fondo, che gli riconosciamo e per certi versi apprezziamo (perchè serve), Ancelotti è capace di regalarci anche momenti di calcio accademici: il suo Napoli è più che mai vivo e con la Samp gioca un primo tempo sontuoso, quasi formato Champions, oseremmo dire. E negli uomini – si rivede la coppia mediana titolare, Allan-Hamsik -, e nello schieramento degli stessi, che a seconda della fase di gioco – che sia essa passiva o attiva – che devono intepretare, conoscono alla perfezione in che modo – e con che modulo – disporsi in campo. Il Napoli ha alternato il consueto 4-4-2 nelle poche volte (42,8% dei casi) in cui il pallone hanno cercato di manovrarlo gli ospiti, ad un 3-4-2-1 (anche “1-2” il terzetto finale) quando ha comandato in lungo e in largo la gara. Determinante il lavoro svolto da un giocatore soprattutto: Piotr Zielinski. Il polacco che viene messo in discussione (a giusta ragione) perchè troppo spesso s’accende e si spegne senza un motivo, facendo sostanzialmente un danno a se stesso, a quell’immenso talento che si ritrova e che deve alimentare di più, a cui Ancelotti sta trovando pian piano la collazione ideale. Non gli chiede di fare l’esterno (puro) di fascia, alla Callejon per intenderci, semplicemente perchè non è nelle sue corde: Ancelotti vuole che sia lui, insieme a Insigne (uno sul centro-sinistro, l’altro sul centro-destra), il giocatore che illumini le azioni dalla trequarti in sù, il rifinitore che vivacizzi il gioco se c’è da accelerare, prendendosi delle responsabilità tecniche. Ed è probabilmente quello che l’ex Empoli e Udinese (dov’è che nasce proprio trequartista) sa fare meglio: cucire il gioco tra centrocampo e attacco, inventare calcio tra le linee, nel traffico, spalle alla porta (avendo protezione del pallone, rapidità nel breve), appoggiare le punte e/o magari tentare il tiro (che ha).





