MARADONA VISTO DA SAVIANO

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Roberto Saviano è sicuramente uno degli scrittori su cui si è più detto e discusso negli ultimi anni in Italia. I motivi sono ben noti a tutti, visto e considerato che il suo “Gomorra” è ormai diventato un best-seller possibile non solo nel nostro paese, ma nel mondo intero. Saviano, però, non ama scrivere solo e per forza di cronaca nera, ma in alcune occasioni dà sfogo alla sua penna anche parlando del calcio, sua grande passione. Proprio per questo riportiamo un brano scritto da Saviano, dopo il suo incontro con Messi a Barcellona, nel quale si parla del Napoli, ma soprattutto del dio del calcio Diego Armando Maradona.

Messi, quando Maradona vinceva i Mondiali in Messico, non era neanche nato. Nascerà nel 1987. E la ragione per cui io l'ho seguito a Barcellona, al punto di volerlo incontrare, ha la sua origine proprio in questo: l'essere cresciuto a Napoli nel mito di Diego Armando Maradona. Non dimenticherò mai la partita dei mondiali del 1990, un destino terribile portò l'Italia di Azeglio Vicini e Totò Schillaci a giocare la semifinale contro l'Argentina di Maradona proprio al San Paolo. Quando Schillaci segna il primo gol, lo stadio gioisce. Ma si sente che nelle curve qualcosa non va. Dopo il gol di Caniggia il tifo non napoletano – non autoctono – inizia a prendersela con Maradona, e lì accade qualcosa che non succederà mai più nella storia del calcio e mai era successo sino ad allora: la tifoseria si schiera contro la propria nazionale di calcio. I tifosi della curva napoletana iniziano a urlare: "Diego! Diego!". D'altronde erano abituati a farlo, come biasimarli e come identificarsi in altri? Anche se dovrebbe essere cara la propria squadra nazionale, in quel momento è Maradona che rappresenta la tifoseria del San Paolo più di una nazionale di giocatori provenienti da altre città d'Italia, da Roma, Milano, Torino. Maradona era riuscito a sovvertire la grammatica delle tifoserie. E a Roma gliela fecero pagare durante la finale Argentina-Germania, dove il pubblico per vendicarsi dell'eliminazione dell'Italia in semifinale e delle defezioni create all'interno della tifoseria, inizia a fischiare l'inno nazionale. Maradona aspetta che la telecamera, nella carrellata sui giocatori, arrivi sulle sue labbra, per lanciare un "hijos de puta" ai tifosi che non rispettano neanche il momento dell'inno. Una finale terribile, dove a Napoli si tifava tutti, ovviamente, per l'Argentina. Ma poi il momento del rigore assolutamente dubbio distrugge ogni speranza. La Germania chiaramente in difficoltà deve però vincere e vendicare l'Italia battuta. Un rigore dubbio per un fallo su Rudi Voeller, lo realizza Andreas Brehme. E il commento del cronista argentino fu: "Solo così fratello… solo così potevate vincere contro Diego". Ricordo benissimo quei giorni. Avevo undici anni, e difficilmente tornerò mai a vedere quel tipo di calcio. Ma qualcosa sembra tornare, di quel tempo. Il gol del Messico contro l'Inghilterra segna uno dei momenti indimenticabili della mia infanzia. Mi chiedo che meraviglia e che vertigine sarebbe veder giocare Messi al San Paolo.  "Mi piace Napoli, voglio andarci presto", dice Lionel, "Starci un po' dev'essere bellissimo. Per un argentino è come essere a casa". Il momento più incredibile del mio incontro con Messi è quando gli dico che quando gioca somiglia a Maradona – "somiglia": perché non so come esprimere una cosa ripetuta mille volte, anche se devo dirgliela lo stesso – e lui mi risponde: "Verdad?", "Davvero?", con un sorriso ancor più timido e contento. Del resto, Lionel Messi ha accettato di incontrarmi non perché sia uno scrittore o per chissà cos'altro, ma perché gli hanno detto che vengo da Napoli. Per lui è come per un musulmano nascere alla Mecca. Napoli per Messi è un luogo sacro del calcio. È il luogo della consacrazione del talento, la città dove il dio del pallone ha giocato gli anni più belli, dove dal nulla è partito verso la sconfitta delle grandi squadre, verso la conquista del mondo”.

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