3 LUGLIO 1990: IL CUORE DI NAPOLI E’ DIVISO A META’

Giorgio Tosatti nacque a Genova il 18 dicembre 1937. Figlio di Renato, giornalista tra i più popolari del tempo che morì nel 1949 nella “tragedia di Superga” assieme al Grande Torino. Ben presto Giorgio intraprese la carriera giornalistica sulle orme dell’illustre e compianto genitore. Nel corso di questa, Tosatti diventerà direttore del “Corriere dello Sport”, editorialista de “Il Giornale”, del “Guerin Sportivo”, del “Corriere della Sera” e delle trasmissioni televisive “Pressing” e “La Domenica Sportiva”, prima di morire il 28 febbraio 2007 all’età di 70 anni, a causa di gravi problemi cardiocircolatori. Le sue analisi poco urlate e legate indissolubilmente all’inequivocabilità e inconfutabilità dei dati numerici, rappresentano ancora oggi uno stile inconfondibile di fare giornalismo legato al calcio. 

C’è una partita che più di tante altre, nel bene e nel male, resta impressa nella memoria del tifo napoletano. Ciò che la rende unica rispetto a tutte le altre è la divisione che per una sera ha pervaso la passione partenopea, ed è proprio questo misto di gioia e dolore che contribuisce a ricordare questo match come irripetibile nei secoli dei secoli. La partita in questione è Italia-Argentina, semifinale dei Campionati Mondiali giocata al San Paolo il 3 luglio 1990. Ad infiammare la vigilia dell’importantissimo incontro, furono come sempre le provocatorie dichiarazioni di Maradona: “Trovo di cattivo gusto chiedere ai napoletani di essere italiani per una sera, dopo che per 364 giorni all'anno li trattate da terroni”. Chi, dunque, se non un maestro del giornalismo calcistico come Giorgio Tosatti, poteva riuscire a rappresentare meglio il sentimento contrastante che in quelle ore scorreva nelle calde vene degli appassionati napoletani, senza giudicarlo con la solita e scontata sufficienza e superficialità tipica di una parte del popolo italico. Volendo attualizzare l’evento verrebbe da chiedersi per chi tiferebbero i napoletani in un eventuale Italia-Argentina ai Mondiali 2010, con Lavezzi in campo e Maradona in panchina. Ma com’è noto, “ai posteri l’ardua sentenza”.

Nel frattempo riportiamo l’articolo che 18 anni il grande Tosatti “pennellò”: "In nessuna città del mondo s'è mai giocata una partita così lacerante. Napoli è una donna divisa fra l'amore per il proprio uomo e la lealtà verso la famiglia, l'orgoglio di appartenervi. Il richiamo del sangue e quello del cuore. Quale che sia la sua scelta, le resterà il rimorso di aver commesso un tradimento. Prevarranno i vincoli più antichi, com'è tradizione nei romanzi rosa: l'eroina piangente dirà addio al suo amato, per non disobbedire a papà. Tanto, fra due mesi saranno di nuovo insieme. Ma ci sarà una piccola frangia di secessionisti. Non soltanto perché Maradona vive da sei anni a Napoli, ne è diventato il simbolo, una sorta di Robin Hood calcistico venuto a taglieggiare i ricchi club del Nord per regalare scudetti, coppe, trionfi, felicità alla povera gente. Di questo i napoletani gli saranno grati per sempre, ma non fino al punto di schierarsi contro la squadra del loro paese. Il legame con Maradona è più profondo: lo hanno creato i fischi, gli insulti, gli striscioni intrisi di razzismo, con cui il miglior calciatore del mondo è stato accolto -anche in questi giorni- in tanti stadi italiani perché rappresentava Napoli, il Sud, i terroni. Nessuno ha trattato in quel modo i suoi colleghi stranieri militanti nei nostri club. Senza dubbio l'argentino ha il dono di procurarsi plotoni di nemici per conto proprio; ma paga, soprattutto, la sua identificazione con il Napoli. Per questo il suo tentativo di provocare una secessione fra i tifosi è meno goffo di quanto sembri: «Mi hanno maltrattato perché mi consideravano uno di voi, dimostratemi che lo sono veramente». Non avrà successo, ma è impostato bene. Le prodezze di Schillaci hanno ravvicinato Nord e Sud più di centomila convegni. Da anni Palermo e la Sicilia non vivevano giorni così pieni di entusiasmo e di orgoglio. Napoli finirà per tifare azzurro anche in omaggio a questo meridionale arrivato in un mese a celebrità planetaria. Oltre alle lacerazioni sentimentali, l'incontro Italia-Argentina ha una sua indiscutibile grandezza. Maradona, seppur zoppo, ingrassato, logoro, esige sempre rispetto, prudenza e suscita più o meno corpose sensazioni di inquietudine. Questo in fondo è l'incontro della sua vita. Dopo un lungo dominio, il re del calcio rischia di essere spodestato proprio nella sua città, nella sua reggia, davanti alla sua corte. In una sera può perdere tutto: la corona e quella cieca fede nei suoi prodigi che i tifosi napoletani hanno in lui. Si batterà come un leone. Shakespeare, se si fosse occupato un po' più di calcio (benedetto uomo), avrebbe tirato fuori qualcosa da una storia così. Totò Schillaci, il killer del gol, contro Diego Maradona, il piede sinistro di Dio: c'è mai stato un modo migliore per passare la sera?"

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