SALLUSTRO RACCONTA IL PRIMO GRANDE NAPOLI DELLA STORIA

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Attila Sallustro fu il primo vero grande idolo degli appassionati di calcio partenopeo. Dalla nascita del Calcio Napoli il 1° agosto 1926 fino all’estate del 1937, il grande Attila è stato mattatore assoluto della folla azzurra, collezionando 234 presenze e ben 114 reti, numeri da far accapponare la pelle. Il suo attaccamento alla maglia del Napoli lo portò a rifiutare sempre un compenso economico dalla società, la quale per sdebitarsi gli regalò una fiammante balilla, una vera rarità per quell’epoca. Attorno a Sallustro il primo presidente della storia azzurra, Giorgio Ascarelli, costruì all’inizio degli anni 30’ un grande Napoli, guidato in panchina dall’inglese Willy Garbutt, che seppe collezionare un terzo ed un quarto posto e che esordì nelle coppe europee nel 1934.

Per ricordare quel periodo riproponiamo un “memoriale” scritto proprio da Sallustro nel 1965 su “La grande storia del Calcio Italiano”, in cui il mitico Attila racconta le emozioni di quegli anni:“Soffro di nostalgia o sono troppo legato ai giorni che mi videro in maglia azzurra? No, non credo che siano questi i sentimenti a dettarmi quanto vi dico. Vi sono i risultati, le classifiche, gli episodi che parlano a sostegno della mia tesi. Non si potrebbe parlare di un grande Napoli, oggi se questo grande Napoli non fosse esistito ieri. Per i giovani è storia lontana, sconosciuta. La costruzione dello Stadio al Rione Luzzatti, il Napoli da Coppa Europa, il trio Vojak, Sallustro, Mihalic, le “forbici” di Vincenti, il “sorcetto” Benfatti, gli “scatti” di Innocenti, la famosa partita con l’Admira all’Ascarelli, il sensazionale acquisto di Colombari per 250.000 lire di allora, l’auto Balilla che Ascarelli mi regalò nel 31-32 quale unico compenso alla mia opera, sono tutti nomi e fatti che la maggioranza dei giovani di oggi ignorano. Come nacque il grande Napoli del 1933 e del 1934, quello della Coppa Europa? Nacque dalla volontà, dalla sportività, dalla sagacia di un uomo: Giorgio Ascarelli che promise di evitare che il Napoli ogni anno dovesse lottare per la retrocessione od evitarla solo per superiori interventi. Per questo nacque il “Piano Ascarelli”. Costruì a sue spese lo stadio al Rione Luzzatti, mandò a chiamare mister Garbutt, che era allora allenatore della Roma e prima aveva guidato il Genoa e fece compilare da lui il piano tecnico. Si era nella stagione 1929-30. Furono acquistati Cavanna, Vincenzi, Benfatti, Vojak, Mihalic. Alla fine del campionato rappresentammo la grossa sorpresa, finendo al quinto posto, primi del centro-sud, con generale ammirazione. A Vojak, a Mihalic ed a me toccò la soddisfazione di finire in Nazionale contro il Portogallo, partita vinta per 6-1. La convocazione fu preceduta da una delle vittorie più clamorose della nostra squadra: quella che andammo a cogliere sul campo del Modena per 5-0. Giorgio Ascarelli aveva un piano ben preciso: fare del Napoli in tre anni una squadra in grado di lottare, con le “grandi” dell’epoca, per lo scudetto. La morte lo ghermì troppo presto: appena un anno dopo l’inizio dell’attuazione pratica del suo progetto. Seguirono anni di sbandamento: il nuovo Consiglio non riuscì a procedere sul cammino di Ascarelli e la Società non visse momenti buoni, economicamente. Sul piano tecnico, l’acquisto di Volante che doveva risolvere il solo problema della squadra, quello del centromediano, fallì allo scopo. Né bastarono gli ingaggi di Castello, Colombari, Fontana e Fenili a far più forte la squadra. Così perdemmo alcune posizioni al termine della stagione e l’anno successivo finimmo addirittura al nono posto. Comunque, per me furono anni di grandi soddisfazioni, come quando, essendosi fatta acutissima la rivalità fra me e Meazza (una rivalità solo sportiva in quanto tra me e il “Pepin” è sempre regnato il massimo accordo e vi è stata sempre reciproca stima e amicizia) in una partita giuocata nella mattinata della festa dell’Ascensione del 1930, tra noi e l’Ambrosiana, imperniata proprio nel confronto diretto tra i centravanti delle rispettive squadre, il Napoli vinse per 3-1 disputando una delle partite più belle della storia ed io segnai due dei tre gol alla squadra che poi vinse lo scudetto. Alla fine mi portarono in trionfo dal campo fino al centro della città ed il traffico restò interrotto per più di un’ora. Tanto entusiasmo aiutò i dirigenti a superare i momenti critici, determinati da una situazione economica non troppo brillante. Dopo qualche scossa, entrati nel Consiglio Savarese, Consolazio, Merlini ed Improta, il Napoli riebbe finalmente un’impalcatura assai solida. A questo consolidamento economico corrispose sul piano tecnico una mossa indovinata: Garbutt si convinse che era inutile andare a cercare il centro mediano fuori e puntò direttamente su Buscaglia. Ne sortirono subito effetti miracolosi: la squadra prese a girare benissimo. Nel 1932-33 finimmo al terzo posto a pari merito col Bologna, dietro alla Juve campione ed all’Ambrosiana-Inter. Ci classificammo terzi, ma da soli, anche nel campionato successivo, nel 1933-34, e sempre dietro l’Ambrosiana e la Juve scudettata. Fu una stagione trionfale e ci meritammo per la prima volta anche il privilegio di difendere i colori italiani nella Coppa Europa, la bella competizione internazionale alla quale partecipavano le prime squadre d’Italia, Austria, Ungheria e Cecoslovacchia. A noi nel primo turno toccò di incontrare l’Admira che era una delle favorite del Torneo. La prima partita si disputò a Vienna sul campo del Prater, e finì a reti inviate, facendoci sperare di aver superato il durissimo ostacolo. Infatti, nella partita di ritorno a Napoli, ad un quarto d’ora dalla fine vincevamo per 2-0, senonchè Rossetti e Rivolta, sicuri del fatto loro, presero a giocherellare per due volte, con preziosismi inutili, l’ala sinistra austriaca Durspekt soffiò loro il pallone segnando i due gol che permisero all’Admira di pareggiare. Sette giorni dopo, sul “neutro” di Zurigo ebbe luogo lo spareggio, ma le prendemmo sode (5-0) e fummo eliminati dagli austriaci che poi perdettero a settembre la finalissima con il Bologna. Su questo incontro di Zurigo terminò praticamente il periodo d’oro del Napoli”.

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