FATECI CAPIRE

Se il tragico destino non ce lo avesse portato via troppo presto, il grande Cannavò avrebbe avuto argomenti per riempire la sua rubrica sulla Gazzetta. E invece ci ha lasciato proprio nel giorno in cui avrebbe potuto arricchire il suo “Fatemi capire” parlando del Napoli. Già, “fatemi capire”. Perché in questo momento, sono diverse le cose che non riusciamo a capire. Fatto più grave e, per certi versi inquietante, è che non siamo i soli: nel Napoli ci fanno compagnia allenatore, squadra e società.Un club è come un’azienda. Fattura come un’azienda, funziona come un’azienda, produce come un’azienda. Vive come un’azienda. Ed un’azienda è fatta prima di tutto di rapporti umani. Quegli stessi che, nell’azienda Napoli, non sembrano esistere più, logorati dal tempo e dalla mancanza di risultati. Non c’è più comunicazione fra le parti, perché fra le stesse è subentrata la sfiducia. Il presidente non si fida più del suo direttore generale né del suo allenatore, che non si fida più del direttore generale. Il quale, a sua volta, non ha più fiducia nel gruppo di lavoro che ha plasmato assumendosene implicitamente tutta la responsabilità. I tifosi, loro, non si fidano più di nessuno.A rompere fragorosamente rapporti apparentemente integerrimi fino a qualche settimana fa, con i risultati a fare da collante, una strategia di mercato che si è rivelata più devastante di una bomba ad orologeria. Esplosa fragorosamente dopo sette gare e due miseri punti, quando poteva essere disinnescata in tempo. Dell’ingaggio per gli artificieri se ne sarebbe fatto carico il presidente, ma il direttore generale non ha voluto. Pensava che la bomba, non si sa come, potesse brillare da sola. Un giorno, quando tornerà a confrontarsi anche in seguito alle sconfitte (dopo aver fatto passerella al termine di ogni vittoria), ci piacerebbe chiedergli come.

L’allenatore sapeva, in cuor suo, che la situazione non si sarebbe risolta da sola, ma ha finto di credere al suo direttore. Ed è rimasto col cerino in mano ed una squadra che ha vissuto troppo tranquilla all’intera vicenda, distraendosi fuori dal campo in modo eccessivo, con i soli tifosi ad assistere ad uno spettacolo difficile da tollerare. Non sapendo, i tifosi, a chi credere: se al munifico presidente col portafoglio virtuale o al parsimonioso direttore con la grana in cassaforte. Prigioniero, il Direttore, delle sue idee. E punito inevitabilmente da un’eccessiva presunzione che il popolo, quando c’è di mezzo un bene più grande, non perdona. A nessuno.La diretta conseguenza ad una situazione simile è il nervosismo. Palesato dai silenzi o dai fracassi. Dai silenzi di chi era logorroico dopo i successi, dai fracassi di chi non sa perdere.  E che dimostra uno stile che non c’è, perché lo stile deriva da una cultura sportiva che, per come è strutturata questa società, nel Napoli non c’è. Trovate, nel Napoli, una persona diversa dal direttore generale e dall’allenatore che abbia l’autorità e il carisma di mettere piede nello spogliatoio. Non perdete tempo: non c’è, perché Dante avrebbe scritto “vuolsi così colà dove si puote ciò che si vuole”. O almeno, dove si pensa di poter fare tutto ciò che si vuole.

Il popolo ha interrotto i deliri di onnipotenza da parte di uomini apparsi fragili e impotenti di fronte alla prima vera contestazione ricevuta in cinque anni. Un bagno di umiltà è il primo passo per uscire dalla crisi. Il secondo, è quello di introdurre nello spogliatoio una figura in grado di mettere ordine, sia esso un nuovo allenatore o un nuovo dirigente, ma che non sia nominato in base alla logica del rapporto qualità/prezzo. Il terzo, quello di uscire allo scoperto e di parlare. Di dirci cosa il Napoli farà da grande. Ma questo potrà avvenire soltanto se tutti rispetteranno regole e ruoli. Solo allora potremo capire. Solo allora potranno capire. E dirci che non sono loro che non ci stanno capendo niente… 

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