Per fortuna tra un mese e mezzo riapre il mercato, perché Napoli-Milan ha dimostrato ancora una volta che gli azzurri per ritornare grandi anche in campionato – quest’anno l’hanno letteralmente buttato via – devono pensare innanzitutto a rinforzare seriamente l’organico in maniera precisa, mirata. È da anni che lo diciamo (e scriviamo), ora è arrivato il momento di agire: il Napoli ha sprecato qualsiasi cosa contro i rossoneri, specie nel primo tempo; ha stradominato il Diavolo, eppure non è riuscito a vincere la partita. Certo, nel calcio possono anche capitare gare in cui l’avversario si dimostra più cinico, costruisce meno della metà delle palle-gol e porta a casa lo stesso risultato. Ma il problema del Napoli è che oramai si tratta d’un difetto atavico, che sostanzialmente ha da Sarri in poi, e che quindi prescinde dalle idee tattiche dei singoli allenatori che ultimamente si sono avvicendati: non è più un fattore casuale, ma sta diventando una caratteristica (negativa) di questa squadra, che è quasi sempre la stessa da troppo tempo e che prima o poi (ci siamo, il momento è finalmente arrivato) dovrà cambiare pelle. L’allenatore l’ha indovinato, perché anche domenica sera il gioco espresso dagli azzurri s’è dimostrato uno dei più gradevoli dell’intera Serie A e Gattuso continua a meritare sia permanenza (scontata) che rinnovo. Ora manca solo qualche pedina e questo Napoli si potrebbe almeno garantire un nuovo ritorno in Champions League. I ruoli in cui intervenire sono chiari e riguardano l’attacco: non è possibile concludere venti volte in porta, mettere i giocatori davanti al portiere e accontentarsi della media di due gol a partita. Cosa si potrebbe rimproverare a Gattuso se i suoi attaccanti non segnano, o segnano troppo poco in relazione alla mole di gioco creata? Da questo punto di vista, un allenatore ha responsabilità fino ad un certo punto: l’ha preparata bene la gara, nonostante un Milan per molto tratti rinunciatario, pigro o semplicemente impaurito da un Napoli che indirettamente ha riconosciuto come più forte. Probabilmente, quello che potremmo imputargli è la gestione della gara: i cambi non ci hanno convinto; aver sostituito contemporaneamente Mertens e Insigne, sul risultato di 2-2, ha assottigliato ulteriormente il potenziale offensivo di un Napoli che già fatica, anche con loro due, a concretizzare; al loro posto gli impalpabili Milik e Lozano, poi pure Politano, che praticamente non hanno combinato nulla.
Il Napoli porta cinque giocatori nell’area avversaria, più uno a rimorchio: un atteggiamento molto offensivo che coinvolge diversi giocatori che accompagnano l’azione. Insigne, a tutto campo, cerca Mertens, che s’è spesso allargato sulla sinistra, con un cambio di gioco che disorienta il dispositivo di Pioli e di contro consente a tre-quattro azzurri di attaccare gli spazi rimanenti e portarsi in massa davanti al portiere. Di Lorenzo più alto di Callejon, un inedito Fabian momentaneamente centravanti, Insigne in posizione di trequartista: il Napoli trova campo con tutti i suoi interpreti più offensivi sparsi qua e là nell’area, poi però fallisce la finalizzazione – qui bravo Donnarumma a respingere un rasoterra ben piazzato di Mertens – ed un’occasione simile, spettacolare per costruzione, magistrale per organizzazione collettiva, di fatto termina con un nulla di fatto. Una delle numerose, nette palle-gol sprecate, un po’ per sfortuna un po’ per limiti evidenti nel saper battere a rete in modo secco, letale: nel caso di specie Mertens non ha tantissime colpe – meglio di così è difficile calciare -, ma fa riflettere il fatto che quella del tiro in porta da una posizione comunque defilata – non certamente ideale per avere quasi la certezza di far gol – fosse l’unica soluzione possibile in quel momento – altre idee non gli sono venute e c’è anche da metterne in conto i motivi: oltre al belga e pochissimi altri, il Napoli non ha numerosi specialisti del gol, come per esempio li ha l’Atalanta persino tra i difensori ed in tutto il blocco dei centrocampisti.
Manca un killer nel cuore dell’area: marchiano l’errore di Callejon che in mezza girata trova l’unico spicchio di porta coperto da Donnarumma, ma oramai le defaillance dello spagnolo a pochi centimetri dal gol non fanno più notizia. Un centravanti fisico, di ruolo, che non ha altri pensieri per la testa – manovrare, sviluppare gioco, come ad esempio fa Mertens – se non quello di buttarla dentro, questo Napoli non ce l’ha: è un dato di fatto incontrovertibile. E bisogna al più presto individuarlo con le caratteristiche appena elencate, se non si vuole continuare ad avere il cruccio, il rammarico, l’eterno dilemma di non riuscire a capitalizzare quanto prodotto. Tutto bello, tutto condotto alla perfezione, ancora una volta, tutto altrettanto vanificato da una fiacca conclusione di un giocatore che non ne ha più: questo gol, davvero facile-facile, probabilmente un Callejon meno “anziano”, calcisticamente parlando, lo avrebbe segnato; quello degli ultimi tre anni no, lo sbaglia miseramente. Non solo un centravanti, allora: occorre anche un altro esterno d’attacco, che non importa se sappia cucire il gioco o faccia da raccordo coi centrocampisti alla Insigne o che sia tecnico ma assolutamente evanescente – si potrebbe dire ‘è bello ma non balla’ – come il Politano di oggi; deve segnare, e basta (‘solo’ questo).
Sul gol di Theo, l’unica delle quattro marcature della serata che veramente merita un’analisi degna di nota (quelle del Napoli sono evidenti papere di Donnarumma e poi c’è il rigore di Kessié), il Napoli si fa imbucare alla prima – e forse unica – iniziativa rossonera. Molto intelligente la verticalizzazione di Bennacer, che in mezzo a tante maglie azzurre riesce a pescare Rebic che viene completamente dimenticato da Koulibaly, che inspiegabilmente vediamo in un’interlinea posta a metà tra difesa e centrocampo che non gli consente di essere né efficace per eventualmente intercettare il filtrante di Bennacer né per marcare Rebic, sul quale è costretto a scalare Maksimovic. Ma il posizionamento errato di Koulibaly non è l’unico errore commesso dal Napoli, perché prima ancora che parta il cross all’indietro di Rebic, abile a girarsi immediatamente eludendo l’intervento del centrale, l’autore del gol, Theo, sta già attaccando la porta alle spalle di Di Lorenzo, che si sta occupando di Ibrahimovic, e soprattutto di Callejon, che se ne disinteressa completamente dimostrando di non avere la reattività e la generosità di una volta nemmeno in fase di non possesso – lo ricorderete il vero Callejon quando si sacrificava strenuamente nell’offrire il puntuale raddoppio al compagno di fascia: il tempo che avanza gli sta togliendo tutta una serie di caratteristiche uniche e assai preziose, che a questo punto andranno disperatamente ricercate altrove.
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