PUNTO NON INUTILE MA STRETTO. SERVONO I GOAL, E SUBITO
Nel giorno in cui il quadro politico italiano post-elezioni si fa inquietantemente instabile, non appare meno nebuloso il contesto caratterizzante il Napoli dopo il punto preso a Udine. Come va accolto il pari della fredda (ma non troppo) serata del ‘Friuli’? Dare un’opinione univoca non è mai facile in questi casi. C’è chi lo prenderebbe per oro colato; alla luce dello stop del Milan nel derby e nonostante la quasi sicura vittoria della Lazio sullo sbandante Pescara, ma anche considerati i timidi miglioramenti, specie a livello di atteggiamento, laddove s’è vista una squadra più accorta e a tratti anche grintosa, quasi in risposta alla doppia umiliazione firmata Viktoria. D’altro canto c’è chi, invece, ha tutto diritto di ritenere lo 0-0 l’ennesima occasione perduta dai nostri; per continuare a tenere viva la fiammella della speranza-scudetto, ma soprattutto per chiudere in cassaforte il secondo posto. E le modalità con cui il pareggio a occhiali è maturato inducono a riflettere, e non poco, su un dato che per i partenopei si sta oramai rivelando allarmante: la sterilità offensiva. Complice il calo del cannoniere impelagato Cavani, senza goal da sei turni, ma anche il momento non proprio esaltante di Insigne, nonché la mancanza di acutezza di Mazzarri nello studiare alternative tattiche in attacco.
Era nostro desiderio attendersi dal Napoli una prestazione attenta e guardinga, dacché dalla cintola in su i friulani, oltreché fare mucchio in linea mediana, nostro tallone d’Achille, avrebbero potuto far male con elementi dotati di buona tecnica e ben disposti in campo. Da questo punto di vista, gli azzurri una volta tanto hanno deciso di recepire l’antifona, disputando una gara tutto sommato buona in fase difensiva. Malgrado qualche piccola sbavatura, il terzetto arretrato se l’è cavata, soffrendo solo quando i ragazzi terribili di Guidolin hanno messo la quarta in contropiede, facendo leva sul congenito immobilismo caratterizzante le nostre retrovie. In tal senso la nota lieta è giunta dal solito leone Behrami e, seppur non eccezionalmente, da Inler, ma altresì da Armero, che dinanzi al suo ex pubblico ha mostrato una condizione fisica in netto progresso, e ne sono testimoni i suoi efficaci recuperi in fase di ripiegamento. E il colombiano è andato benone pure in proiezione offensiva, essendosi riprodotto in veloci discese e pericolose sovrapposizioni, motivo di apprensione per Basta nonché per Danilo. Sul lato opposto, ha suscitato sorrisi appena accennati Mesto, il quale ha corso un pochettino in più del solito, ma non riesce a sfuggire alla timidezza che lo porta a tenere fisso la posizione da quarto di difesa, come gli è poi realmente capitato quando nei minuti finali l’umile Walter ha tolto Cannavaro inserendo Dzemaili. Inutile dire che il mister sarebbe morto se non avesse messo mano ai suoi intelligentissimi cambi. Proprio lui, che a quanto pare aveva desiderato Calaiò con tutta l’anima e tutte le forze, ha tenuto ancora una volta l’Arciere a scaldare la panca; e non solo gli ha preferito l’ectoplasmatico Pandev, ma anche concesso un po’ di gloria a Zuniga, togliendo lo stesso Mesto. Chissà perché ha optato per non concedere chances al siciliano, visto che in un partita ‘bloccata’, nella quale giocare palla a terra era proibitivo, lanciarla lunga e trovare le sue spizzate di testa a suggerire per i compagni di reparto, non sarebbe stato nocivo, anzi. Non per assolvere totalmente l’allenatore, tuttavia è d’uopo sottolineare, come dicevamo prima, che gli attaccanti ultimamente non se la passano tanto bene. Al di là di un evidente calo fisico, non si può fare a meno di denotare la testardaggine del Matador nell’inseguire il goal, una testardaggine nociva, che lo veicola all’egoismo. E Lorenzo, in quanto a regressi, non è da meno: tanto come a Plzen, la sua è stata una prestazione a due facce, non proprio eccelsa nel primo tempo, decisamente meglio nella ripresa, quando spesso, in posizione arretrata, ha recuperato molti palloni e ha aiutato la squadra intera a risalire dalla difesa. Ma anche lui s’è lasciato prendere dalla frenesia, alla stessa maniera di un Hamsik sacrificato a giocare (bene) tra le linee, ma con un raggio d’azione ridotto, il che ha reso difficile il compito agli avanti azzurri e non trascendentale ai fisici difensori bianconeri. E a fare il resto ci ha pensato l’uomo più temuto alla vigilia, forse più dei medesimi padroni di casa, ossia l’arbitro Damato, che dopo i disastri del 2010 ha pensato di replicare, sebbene in misura limitata. E comunque sia, di danni ne ha fatti, altroché: due rigori negati agli azzurri. Niente male come bilancio del match. Anche se non vogliamo appigliarci alle sue sviste come alibi per recriminare il mancato successo dei nostri.
E ora, sotto con la Juventus. Alla sfida del 1° Marzo ci si arriva con un giorno di riposo in meno, ma i lamenti di Mazzarri in tal senso non potranno servire, anche in questo caso, come alibi per giustificare un eventuale flop partenopeo a Fuorigrotta, al cospetto della Banda Conte. La condizione fisica di alcuni elementi è apparsa in ripresa, anche se non ci si può sbilanciare troppo; secondo un dilettantistico e assurdo ragionamento ci si è liberati della ‘coppetta’, e pertanto si ha la mente definitivamente libera, totalmente rivolta al campionato e alle partite che restano da qui al 19 Maggio; la Signora è avversaria che dà indubbiamente stimoli, ai giocatori come ai tifosi, con questi ultimi che (è il caso di dirlo …) a caro prezzo affolleranno il San Paolo. E’ chiaro che venerdì servirà giocarsela, senza mezza termini. Per il secondo posto, ovvio. Ma anche per dare sostanza a timidi sogni di gloria.
