IL DEJA-VU DI EDY REJA
Napoli, tra coppa Uefa e salvezza. Napoli, dall’inferno al paradiso all’improvviso. Napoli che vola con la voglia e con il cuore, con una speranza e con un sogno. Napoli che nonostante tutto, è facile preda di illusioni macinate dalle parole e da qualche numero, da una sostanza relativa ad una sostanza possibile.Napoli che arriva da un inferno, partito col fallimento e finito a Genova nella festa promozione, Napoli si accontenta di poco, a volte pensandoci bene, troppo poco per una città che ama fantasticare nel superficiale non approfondendo una realtà non marcia, ma obsoleta e poco gratificante.
Il Napoli e i suoi tifosi, esaltati ad Udine, divertente il risultato più che rotondo, certamente fu un grande Napoli, ma non bisogna dimenticare che l’avversario non era in palla, squadrato e senza il giusto piglio; Napoli esaltata dalle vittorie contro Sampdoria, Juventus e Catania, dal pari di Roma e da una prestazione in chiaro scuro in quel di Firenze. Ci sarà mai qualcuno capace di carpire il campanello d’allarme suonato contro Genoa e Atalanta? Oppure queste due sconfitte le si presentano negl’archivi dei soliti ridimensionamenti settimanali per una delusione? Bisognerebbe quasi aprire un’indagine per capire, cercare di mettere alla luce di tutti la domanda che adesso più preme ogni addetto ai lavori: Perché Reja non cambia?Lo scorso anno si è vinto il campionato, tutti soddisfatti, ma in pochi hanno messo a fuoco la pochezza della categoria, resa ostica dalla presenza della Juve e piacevole dal Genoa, sommata all’eventualità di play-off che, in ogni modo, presentano sempre dei rischi. Ci sarà un motivo del perché Juventus, Genoa e Napoli sono tornate in A senza passare per i spareggi? In pochi hanno riflettuto su questo. La serie A è un’altra cosa, il pre-campionato diventa fondamentale e non una gita turistica per scolaretti, qui anche la squadra più piccola può diventare la più pericolosa, in questa categoria è un biglietto da visita non indifferente, per il Napoli è una legge.
Escludiamo la sconfitta casalinga contro il Cagliari, troppi alibi che partono dall’inesperienza dei nuovi innesti al fatto d’essere la prima gara del torneo, quindi ricca d’emozione; per il resto? Napoli-Livorno, gli azzurri vincono uno a zero, segna Sosa, eppure l’allora Livorno di Fernando Orsi navigava in acque molto agitate, mentre a Napoli arriva per chiudersi e quasi quasi, ci scappa anche la frittata: perché? La domanda non è posta per un solo motivo, tre punti e il Napoli sale in classifica. Genoa e Atalanta, due sconfitte, diverse nella misura, simile in tutto il resto; è assodato che il Napoli fa fatica a creare quando una squadra si chiude, una scusa che non sta in piedi se si pensa alle parole di Reja “noi ce la giocheremo con tutte”, per giocarsela bisogna esporsi, per esporsi bisogna costruire e per fare questo c’è bisogno di qualcuno che il gioco lo sappia sfruttare nonché creare e assecondare; invece, bisogna vedere Savini che fa fatica a seguire un’azione offensiva, chiaramente non possiamo prendercela con madre natura se questo ragazzo è un difensore centrale costretto a fare su e giù su una fascia, bisogna vedere quel povero Lavezzi correre come un matto da sinistra a destra per ricevere qualche palla giocabile rischiando di spomparlo già nel girone d’andata, eppure Reja disse “Pocho deve giocare più vicino alla prima punta, deve fare anche gol”, bene, ma chi sarebbe così gentile da offrirgli qualche palla sotto porta senza che lui stesso debba tornare nel centro del campo per crearsela da solo?! Hamsik e Gargano, uno dovrebbe inserirsi e l’altro dovrebbe mettere palla a terra ed alzare il ritmo, peccato che lo slovacco spesso sembra essere fuori partita vista la mancanza di chi possa aprirgli brecce nelle difese, mentre il secondo è troppo occupato ad aiutare un povero Blasi che dimostra di essere un vero campione per cuore, grinta e coraggio; intanto al Genoa è bastato spostare Leon nella tre-quarti campo per mandare in tilt tutto l’assetto partenoeo, mentre Borriello svariava senza dare punti di riferimento; in quel di Bergamo poi, si sono visti tutti i difetti possibili che questo tipo di gioco possa offrire: i tre centrali soffrono la posizione di Doni che svariava come fantasista alle spalle della punta Floccari, anche lui molto mobile; gli esterni esaltano Ferrerira Pinto e Langella che per un giorno si sono sentiti all’altezza di Garrincha; Garics e Savini perdono in marcatura facendosi sorprendere alle spalle, cosa inaudita per un difensore, mentre Zalayeta vaga per il campo in cerca della sua ombra come Peter Pan e Lavezzi costretto a dannarsi, per poi rendersi conto che gioca quasi da solo per la scarsa assistenza. Intanto il tecnico toglie Cupi per Bogliacino, sembrerebbe un modo per dire “ragazzi, avanti tutta”, e invece niente, Bogliacino si piazza lì, in una zona del campo per correre in protezione del tre a zero a favore degl’avversari che intanto passeggiano e umiliano il Napoli.
Infine, al pubblico napoletano, si chiede scusa, consapevole che questo pubblico è talmente maturo da poter accettare anche una batosta del genere pur di riassaporare la massima serie dopo tante pene; peccato che questo tanto bel gioco pavoneggiato ai quattro venti, lo si vede solo quando viene gettato il cuore oltre l’ostacolo e non con azioni manovrate, fluide e preparate; tutto sommato potrebbe bastare anche questo. Riuscirà il nostro arduo tecnico Goriziano vittorioso in mille battaglie a mettere da parte le proprie paure e convincersi che in questo modo l’Europa sarà solo un continente geografico? Aspettando il Parma al San Paolo, il mistero continua…
