E ALLORA, VOGLIAMO CRESCERE O NO?

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Alla fine della stagione mancano ormai meno di due mesi: rimangono otto partite da qui al termine del campionato e c’è ancora un’importantissima finale di Coppa Italia da giocarsi contro la Juventus. La prospettiva di salvare il salvabile vincendo la coppa e arrivando terzi è ancora viva ma,considerati gli ultimi sviluppi,ci pare difficileche il Napoli riesca a fare suoi questi obiettivi; ci auguriamo di essere smentiti, tuttavia, quand’anche gli azzurri dovessero chiudere positivamente l’annata 2011-12, un’eventualità del genere purtroppo non impedirebbe un giudizionegativo su questa stagione e ci spingerebbe certamente a sottolineare come si poteva e si doveva fare molto di più, specie alla luce dello straordinario risultato raggiunto un anno fa. Le conseguenze delle scelte, o per meglio dire delle non-scelte, fatte da Mazzarri ma soprattutto dalla società la scorsa estate e più ancora nel corso del mercato di riparazione invernale si sono appalesate fin dall’inizio, mascherate da qualche roboante risultato di portata storica (vedi le vittorie contro le milanesi, gli exploit di Palermo e Firenze e le sei reti rifilate a Genoa e Cagliari) nonchéda quella serie di vittorie consecutive; non è dunque soltanto dalla botta psicologica del dopo-Stamford che hanno origine gli ultimi mali del Napoli, bensì da lontano, da lontanissimo, e le responsabilità dei suddettimali nondobbiamo ascriverle tutte all’umile Walter.

Una critica solitamente mossa al nostro allenatore è soprattutto quella di essere un integralista, tanto nel modulo adottato (quel 3-4-2-1 al quale oramai tutti gli allenatori d’Italia hanno imparato a fare fronte) quanto nella scelta dei giocatori da schierare: sempre gli stessi, specie in difesa e a centrocampo, costretti a dover correre più del dovuto e pertanto destinati a collassare presto. Ecco, sempre gli stessi giocatori gettati nella mischia: perché accade ciò? Possibile risposta:perché il mister è notoriamente un testardo di natura. Ipotesi accettabile, alla luce del fatto che egli ha sempre insistito su Cannavaro, Campagnaro e Aronica, dando spazio soltanto rarissime volte a Fernández, Britos e Grava; se però ci concentriamo maggiormente proprio sul centrocampoil quesito posto implica un’altra risposta, comunque molto semplice: Mazzarrisa diritrovarsi con gli uomini contati in quella zona del campo.Sorgono quindi spontanee ulteriori domande: perché Mazzarri ha gli uomini contati in quella zona del campo? Vista la stagione totalmente deficitaria di Dossena, visti i malanni fisici a cui Maggio è andato incontro non essendo un robot inesauribile e con il solo Zúñiga indenne, perché non si è pensato ad ovviare al disagio con l’acquisto di un quarto esterno? Con Gargano e Inler utilizzati full-time, Džemaili unico loro sostituto e l’oggetto misterioso Donadel, eclissatosi tra infortuni e presunti problemi d’ambientamento, perché non si è provveduto prendendo un altro mediano? Una risposta, se possibile precisa e dettagliata, potremo anche non averla mai a queste domande, anche se sappiamo fin troppo bene a chi indirizzarle, vale a dire al direttore sportivo Riccardo Bigon e al presidente Aurelio De Laurentiis. Premesso che all’interno della S.S.C. Napoli hanno competenze ben differenti, poiché a uno tocca saper individuare i calciatori giusti in sinergia con il tecnico mentre all’altro spetta semplicemente mettere mano al portafogli, vorremmo chiedere a ognuno dei due alcune piccole cosette. Dal dottor Bigon, per esempio, vorremmo sapere per quale motivo non si è messo adeguatamente all’opera per turare la falla sulle corsie esterne e in linea mediana: perché non l’ha fatto? Perché Mazzarri, nella sua vanagloria, riteneva di non avere bisogno di rinforzi e il ds, a lui legato dai tempi di Reggio Calabria, ha obbedito all’ordine? Perché lo stesso Bigon ha pensato che la squadra stesse bene così com’era? Oppure, vista la campagna-acquisti dello scorso anno con Cribari e Mascara presi in extremis (con tutto il rispetto per loro), dobbiamo pensare che forse è lo stesso dirigente a non saper visionare in tempo utile quelli che davvero sono i giocatori adatti al gioco del tecnico livornese? Di più, dobbiamo pensare e che Bigon forse non è competente abbastanza da capire chi sono i giocatori degni di militare in una squadra che, nelle intenzioni del suo presidente, vuole occupare stabilmente l’élite del calcio italiano ed europeo?

A De Laurentiis invece vanno fatte domande più ad ampio raggio,di natura prettamente finanziaria visto che è compito suo tirare fuori il contante utile a potenziare il Napoli, specialmente per quel che concerne la qualità complessiva della squadra. Non possiamo dire che, nel corso del suo mandato, Don Aurelio non abbia realizzato cose concrete, dacchésiamo passati nel giro di 8 anni dalla Serie C alla Champions’ League, arrivando persino a sfiorare la qualificazione ai quarti di finale. Tuttavia, gli sforzi fin qui profusi dal presidente non sono affatto bastati a fare sì che il Napoli tornasse definitivamente grande, ergo che finalmente desse una gioia al suo popolo vincendo qualcosa. Per raggiungere questi obiettivi, la politica dei piccoli passi, dei giovani campioni di prospettiva, magari presi solo perché il loro stipendio non è oneroso e va bene per una società rispettosa del fair-play finanziario, purtroppo non serve più; è arrivato il momento che De Laurentiis ci spieghi cosa intende fare, o cosa ha eventualmente già deciso di fare per il futuro del Napoli: vuole che la regina del Sud rimanga una bella incompiuta, brava solo a collezionare presenze europee e vittorie platoniche nei big match con le grandi? Vuole continuare a mantenere basso il tetto-ingaggi dei suoi giocatori, anche dei campionissimi, correndo il rischio che questi ultimi vadano via attratti dalle laute offerte degli sceicchi o petrolieri di turno? Vuole continuare a investire su uomini che non hanno il know-how, in campo e fuori dal campo, per permettere il definitivo salto in avanti? Oppure, vuole mettere mano al portafogli, ma in maniera oculata, trattenendo i nostri migliori elementi e affiancando loro interpreti all’altezza della gloria che compete ai nostri colori, facendo così un sacrificio economico che non guasterebbe e comunque non comporterebbe perdite enormi in cassa? E per fare ciò, si affiderà finalmente a chi sarà capace di allestire una rosa competitiva e degna di essere accostata al grande Napoli che fu? Sono domande forse troppo enfatiche, ma che vanno rivolte con cognizione di causa, perché a Don Aurelio gli dobbiamo la resurrezione dal fallimento, ma ciò che fa grande una squadra di calcio è la vittoria, il successo, il trofeo messo in bacheca, e non le pacche sulle spalle. Al più presto possibile, ci auguriamo che possa spiegare a tutti se vuole rendere adulto il Napoli oppure lasciarlo a una dimensione adolescenziale.

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