DONADONI, CON I DIETROFRONT NON SI VA AVANTI

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“Finché sarò io l’allenatore del Napoli, Marcelo Zalayeta non vestirà più questa maglia”. Parole e musica di Roberto Donadoni, dopo la bravata di cui l’uruguagio si era reso protagonista un paio di settimane fa, il giorno seguente alla sciagurata partita di Siena. Mi hai tolto dal campo perché stavo giocando male? Hai leso cotanta maestà? Io prendo e scappo via, mi rendo irrintracciabile senza dare più notizie di me. In molti avevano gioito nel sentire il pacato mister azzurro pronunciare quell’esclamazione, per un motivo ben preciso. Senza sfociare in valutazioni tecniche (e anche lì ci sarebbe da discutere parecchio…) le dichiarazioni di Donadoni facevano piacere, lasciavano sperare in un futuro migliore. Perché dimostravano che, se anche non si erano viste grosse novità tattiche, rispetto alla gestione Reja almeno qualcosa era cambiato: la fermezza nella gestione del gruppo.

 

Fra i tanti peccati mortali di Reja, infatti, il più grave era stato forse proprio quello di perdere il polso della situazione. Per nulla entusiasmante dal punto di vista tecnico, mister Edi era stimatissimo per la sua conclamata capacità di mantenere unito lo spogliatoio, portato avanti con la giusta severità, da perfetto padre di famiglia. Quando poi è venuta a mancare anche questa caratteristica è diventato ovvio mandarlo via e necessario puntare su un uomo altrettanto integro dal punto di vista morale, abile a mantenere l’ordine senza però rendersi antipatico. Donadoni è riuscito perfettamente in questa missione, col suo modo tutto particolare di lasciarsi apprezzare dagli altri: cortesia e gentilezza unite a schiettezza e coerenza, il carattere perfetto per allenare e per calmare i bollori di una piazza calda come quella partenopea.

 

Ecco perché poi una caduta di stile come quella di Catania suona ancora più strana se il protagonista è il coriaceo bergamasco, uno che pur di mantenere intatta la sua integrità ha lasciato la panchina della Nazionale prima che lo mandassero via, rinunciando ad una cospicua buonuscita come segno di onestà, intellettuale prima che morale. Zalayeta meritava di essere punito con l’oblio per il suo gesto del tutto irrispettoso nei confronti della squadra, dei tifosi e del tecnico stesso, a maggior ragione poiché da molti non è mai stato stimatissimo. Rivederlo in campo al Massimino suona come un dietrofront fin troppo smaccato, anche alla luce delle scuse neanche troppo convinte presentate dall’attaccante di fronte ai giornalisti. La “ribellione di Fontanarossa”, quando all’aeroporto di Catania molti tifosi hanno chiesto al mister spiegazioni su questa decisione, dimostra quanto la scelta sia stata del tutto impopolare e abbia contribuito, dove ancora possibile, a far perdere di credibilità a questa gestione societaria, troppo contraddittoria per non lasciare tutti perplessi. Mandando Zalayeta in campo, Donadoni ha mostrato una scarsa personalità e una propensione a tornare troppo facilmente sulle sue decisioni. Poiché sappiamo bene che non è un atteggiamento che fa parte della sua indole la sensazione è che si stia approcciando con la realtà napoletana in maniera troppo morbida, finendo per farsi coinvolgere sin da subito nel lassismo e nella mediocrità generale. Urge un minimo di carattere, bisogna mandare messaggi chiari ai calciatori e far capire loro che è finita l’era in cui ognuno faceva i propri comodi senza mai ricevere neppure una ramanzina. Donadoni è stato ingaggiato anche e soprattutto per questo, non soltanto per far decollare il progetto tecnico. Se si lascia così tanto spazio alle bizze dei singoli la situazione disciplinare resterà identica a prima, e l’avvicendamento in panchina non sarà servito perfettamente a niente.

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