SINDROME DEL DISCHETTO
Dei problemi caratterizzanti il Napoli (non tantissimi, per carità) abbiamo già discusso in svariate occasioni. Tra questi ce n’è uno sul quale ci si sofferma raramente, se non mai. E’ un problema che appare insignificante, quando in realtà non lo è affatto: si chiama sindrome del dischetto. No, non è una nuova patologia, alla quale è stato affibbiato simpaticamente il nome del punto da cui si calcia il rigore. Al contrario, si tratta di una lacuna che per gli azzurri comincia a rivelarsi seria, per non dire grave. Oddio, nel contesto della singola partita potrebbe anche non essere deleteria, specie se non pregiudica il risultato. E difatti, in questa stagione gli errori di Cavani e Hamsik tutto sommato non sono risultati decisivi ai fini dell’esito finale di un match: quando Edi ha sbagliato con la Lazio, s’era già avanti 3-0; a Torino Marek s’è fatto ipnotizzare da Gillet, poi sappiamo tutti com’è finita; forse a Verona, avesse il Matador uccellato Puggioni, i partenopei avrebbero giocato i restanti minuti con più ardore, e magari il punticino ci usciva. Tuttavia, in un quadro più generale, questa lacuna provoca un bel po’ di preoccupazioni, soprattutto in prospettiva futura.
Le statistiche, fredde e precise come un bisturi, ci dicono che, in quattro anni di gestione Mazzarri, il Napoli ha avuto a disposizione 35 penalties, ne ha trasformati 22 (per una media realizzativa del 62 %) e sbagliati 13. Visti in tal guisa, i dati non dovrebbero allarmare troppo: in quattro stagioni gli azzurri hanno messo a segno la maggior parte dei rigori assegnati, quindi in questo senso verrebbe logico pensare positivo. Ma si rabbrividisce, e non poco, se si nota che in queste annate il Matador e Marekiaro hanno fatto cilecca rispettivamente 7 e 5 volte. Proprio loro due, i nostri alieni, i top player esibiti in bella mostra dall’umile Walter (con buona pace dei gregari bistrattati …), quando si ritrovano sul dischetto degli 11 m tornano sulla Terra. Più semplicemente, sembrano farsela addosso, smarrendo quella freddezza mentale, quella concentrazione, quell’isolarsi da emozioni e paure necessari per centrare il bersaglio, appunto come in una gara di tiro con l’arco. Ovviamente non è soltanto una questione psicologica: nel calciare una massima punizione, ai nostri eroi sono talvolta mancate l’astuzia nel fintare la direzione del tiro e spiazzare il portiere; la destrezza nel riuscire a mettere la palla nell’angolo più lontano, così come a mezza altezza in modo da impedire la parata rasoterra all’estremo difensore; la potenza da dare alla sfera, rendendola imprendibile al numero 1 avversario. Trattasi di abilità che, unite all’aspetto mentale, sono fondamentali per diventare dei perfetti rigoristi: o ci si nasce (caso più raro), o le si impara lavorando duro (caso più frequente). A Napoli si dice “nessuno nasce imparato”: è un vecchio adagio che funziona sempre, e che si calza a pennello ad Hamsik e Cavani, a cui evidentemente Madre Natura non ha fornito le abilità di cui sopra. Dunque, non rimane loro che imparare a tirarli, questi benedetti rigori. O dovremmo chiamarli maledetti, visto che spesso li sbagliano?
E ovviamente, a chi dovrebbe spettare il compito di istruire i ragazzi (tutti quanti, non solo lo slovacco e l’uruguagio) allo scopo? Chiaro, a Mazzarri! Non per essere petulanti, ma crediamo che l’allenatore, senza farne motivo di ossessione, possa dedicare tempo e attenzione all’esecuzione dei calcio di rigore. Del resto, non è forse lui a vantarsi di essere un motivatore, un tecnico capace di infondere nei suoi giocatori grande forza psicologica? Bene, allora li invogli a non avere paura di sbagliare un rigore, a dimenticare le tensioni, a pensare esclusivamente a buttarla dentro. Non è forse lui ad affermare di curare ogni minimo aspetto concernente il modo di giocare del suo Napoli, ogni piccolo dettaglio riguardante la disposizione e l’attuazione dei suoi ‘codici’? E allora sia minuzioso anche nell’impartire ai suoi giocatori le abilità del perfetto rigorista. In fondo lui le dovrebbe conoscere, poiché quando giocava a Firenze aveva dinanzi a sé l’esempio inarrivabile del Putto Antognoni, a cui venne inopinatamente paragonato. Pertanto, si dia da fare mister, e si lavori sodo su quest’aspetto. E lo faccia con tutti, non soltanto con i top player, o comunque con quelli che segnano. Fu proprio in questo modo che nell’82 Pesaola perfezionò il piede ruvido di tale Moreno Ferrario; uno stopper, non certo un attaccante dai piedi fatati come quelli di Cavani. Eppure, grazie ai suoi rigori freddi e precisi, il buon Moreno salvò il Napoli da due retrocessioni sicure o quasi. Almeno lui, oltre a essere abile, dimostrava di non avere paura, di non sentire la sindrome del dischetto che invece, e purtroppo, sembra attanagliare i nostri cecchini. Ripetiamo, non sempre ha generato danni, ma a lungo andare rischia di diventare una brutta gatta da pelare, di finire nella black list dei limiti che hanno impedito agli azzurri di spiccare il volo. Quegli stessi limiti che (ci duole ammetterlo) non fanno di Mazzarri un allenatore da scudetto.
