EL PIANTAGRAN

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Adesso ha veramente rotto le scatole. L’ultima bravata di Marcelo Zalayeta ha fatto spazientire anche gli ultimi (pochi) estimatori ormai rimasti a Napoli. I fatti sono noti, anche perché giornali e telegiornali non parlano d’altro: l’uruguagio, furioso per la sostituzione contro il Siena, ha disertato i due allenamenti successivi spegnendo il cellulare e facendo perdere le tracce di sé. Una presa di posizione netta contro una decisione a suo avviso ingiusta, come se a Siena avesse giocato bene e quindi fosse un’eresia toglierlo dal campo. Opinione sconfortata dall’evidenza dei fatti, che parlano di una prestazione abulica ai limiti dell’irritante. A maggior ragione perché non ci sono giustificazioni logiche al comportamento di questa persona la misura è colma anche per chi, come Donadoni, continuava a stimarlo come calciatore e a preferirlo al più professionale (e prolifico…) Denis.

In effetti Zalayeta è uno dei più grandi misteri del calcio. Un attaccante che non attacca, tanto che in oltre dieci anni di carriera “europea” non è mai andato in doppia cifra. Le qualità tecniche ci sono ma mai supportate da un adeguato fiuto per la porta avversaria, cosa che lo rende inadatto a rivestire il ruolo di prima punta in una squadra di livello. Purtroppo sembra che l’abbiano capito tutti eccetto i suoi allenatori. Chiunque lo abbia in squadra mostra una fiducia sconfinata nelle qualità del panterone, quella fiducia che si tramuta in fede vera e propria quando di dimostrazioni tangibili del suo talento non se ne vedono da millenni. Tre gol in un’intera stagione sono veramente pochi per un centravanti, per quante attenuanti possa chiedere. Scarso impiego? Guardasse i numeri di Inzaghi, che ha giocato la metà delle partite e ha segnato cinque volte tanto. Eppure Zalayeta si lamenta, pretende di giocare sempre e comunque, anche quando le sue prestazioni sono da schiaffi. Lo pretende forse in virtù della gloria riflessa di cui vive da anni e anni, probabilmente crede di meritare trattamenti da re per la doppietta al Barcellona di secoli fa, con la maglia della Juve, l’unico vero momento di gloria personale vissuto in trent’anni. E quando non lo accontenti ti mette il muso, scappa via e non si fa più trovare, con levate di cresta che puoi aspettarti da un campione bizzoso che ti ripaga sul campo della pazienza che hai nei suoi confronti. Il problema è che a Marcelo sfugge il piccolissimo particolare per il quale simili atteggiamenti non può permetterseli: sarà anche bizzoso, ma non è certo un campione.

È proprio questo che fa più rabbia, il fatto che ad avere atteggiamenti da primadonna sia un calciatore che non è certo una cima nel suo mestiere. Se Lavezzi torna alle due di notte, se Del Piero ti manda a quel paese, se Cristiano Ronaldo fa un festino di troppo, lo sgridi ma glielo perdoni e guardi avanti, perché sai che alla fine il rapporto fra alzate di ingegno e alzate di capo è sempre in attivo. Vedere invece uno come Zalayeta che si permette di fare il ragazzo difficile è come trovarsi di fronte a un singolo operaio di una fabbrica che vuole fare la rivoluzione perché non ha avuto tre mesi di ferie, o un aumento di duemila euro al mese. Ti viene da ridere, lo prendi per squilibrato e lo mandi via. Proprio quello che a questo punto deve fare il Napoli con l’uruguagio: dargli subito il benservito, perché giocatori del genere conviene averli in squadra soltanto se il gioco vale la candela. E per un attaccante che segna meno di un difensore forse non è neanche il caso di pensarci su.

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