MARINO SI SCUSA, IL PRESIDENTE NON PARLA
Risultati ultranegativi, contestazione della tifoseria, ritiro anticipato stabilito dai calciatori, silenzio stampa imposto dalla società. Svariate le cartine tornasole della crisi in cui versa il Napoli. Ultima in ordine di tempo il mea culpa – udite udite – proferito da Pierpaolo Marino nell’immediato postgara di Napoli-Bologna. Una novità assoluta: giammai il factotum irpino aveva pubblicamente menzionato un proprio errore. Perché tutto filava sinora liscio come l’olio, ed il prato sul quale un giorno “far attecchire rose e tulipani” diveniva sempre più azzurro: risultati a go-go, ambiente inebriato nonché speranzoso circa un ritorno alla grandezza di vent’anni addietro, attestati di stima provenienti da destra e manca. Ai quali son seguiti in maniera puntuale, perenne, quasi alla guisa di un leitmotiv, le autolodi: argomenti preferiti i super-colpi Lavezzi ed Hamsik così come l’alta velocità sostenuta dal progetto.
Tuttavia, “chi si loda s’imbroda”, un vecchio adagio puntualmente confermato dai recenti avvenimenti. “Chiedo scusa al presidente e ai tifosi. Adda passà a’nuttata”. Alba di un nuovo giorno? Il legittimo sospetto è quello di trovarsi dinanzi ad un sipario in palese fase di chiusura. “The end”, tanto per mutuare un termine proprio dell’universo cinematografico tanto caro ad Aurelio De Laurentiis. Non parla il vulcanico patron. Un silenzio dietro il quale possono esser individuati più motivazioni. Chi non sarebbe difatti deluso per una campagna acquisti(sia estiva che invernale) manifestatasi inadeguata per obiettivi stagionali prefissati dal club? Delusione cui si aggiunge uno status di cose paradossale: il presidente vuole spendere e rinforzare l’organico, il direttore frena in virtù del profilo basso e della progettualità. “Quagliarella? Se Marino vuole…”. Dichiarazioni eloquenti, che non danno adito a qualsivoglia tipo di interpretazione. E pensare che se il Tas non avesse squalificato Mannini, l’unico rinforzo Datolo non sarebbe giunto alla smobilitante corte di Reja. Un tecnico oramai in totale confusione e da sempre difeso ad oltranza dal dirigente avellinese.
Cinque più cinque. L’anno venturo segnerà l’inizio del secondo step del progetto, ovvero quello della scalata ai piani alti dell’Italia e –perché no- dell’Europa del pallone. L’inversione di tendenza, leggasi cambio radicale di filosofia societaria, è obbligatoria: in caso contrario tali mete rappresenteranno eternamente un’utopia. Pensieri che potrebbero dunque celarsi dietro il mutismo di De Laurentiis. E che presupporrebbero una totale rivoluzione, sia in panchina che nei quadri dirigenziali.
