Verdi un fuoriclasse, ma ad una sola condizione

Da Sarri ad Ancelotti, una svolta radicale. Ne abbiamo parlato, scritto: sarà un Napoli diverso. E se il buongiorno si vede dal mattino, e se tanto mi dà tanto, i primi (indicativi) segnali arrivano dal primo acquisto dell’era Ancelotti: Simone Verdi. Un giocatore esemplificativo del nuovo progetto: poliedrico, duttile, “anticonvenzionale”. Che a gennaio tentenna, fino a declinare l’offerta; poi, a giugno, dice “sì”: cos’è cambiato nella testa di Verdi? D’accordo – gli crediamo -, aveva da concludere un percorso, “di crescita” – lo definiscono -, al Bologna; d’accordo che spostarsi a bocce ferme invece che a campionato in corso non è la stessa cosa ed è giusto che rientri in un discorso di valutazioni (il calciatore desiderava sposare la causa che più credesse in lui, piuttosto che tappare momentaneamente una falla). La verità è che è cambiato il Napoli.

Sarri chiedeva gli specialisti, soltanto gli specialisti, una manodopera immediatamente pronta all’uso, qualificata, perfettamente adatta alle sue esigenze, ed in grado d’assorbirne gli innumerevoli meccanismi: l’allievo ideale, insomma; il primo della classe, il “soldatino”, quello funzionale ai suoi schemi; tutti gli altri bocciati, o peggio ancora ignorati. Ancelotti, invece, è innanzitutto meno integralista, tatticamente fluido (4-3-3/”albero di Natale”/4-2-3-1); non parte da un’idea preconcetta, non ce l’ha; lavora sui giocatori, li plasma, assecondandone le caratteristiche. E’ vero, Ancelotti i campioni li ha avuti. Alcuni già belli che fatti; altri, però – i cosiddetti diamanti grezzi -, da forgiare. Basti pensare a Pirlo: un insulso trequartista della pianura bresciana diventato il regista che è stato, a Milano e Torino, proprio su sua intuizione.

Verdi è un jolly, dunque si cala perfettamente in quest’ottica, nello scenario che andrà disegnandosi da qui ai prossimi tre anni (la durata del contratto di Carletto). Ha bisogno ancora d’essere catalogato, e non è detto che qualcuno (Ancelotti) ci riesca, né tanto meno ritenga opportuno fare. La natura di Verdi è la mobilità. Ed è probabilmente una dimensione definitiva, d’arrivo, che ha raggiunto. Maturo, a 26 anni (tra un mese), lo è già; d’altronde è obbligarlo ad esserlo, glielo impone l’ormai alto livello di competitività toccato dal club che l’ha ingaggiato.

10 gol e 10 assist nell’ultima stagione al Bologna, assolutamente la migliore della carriera. Che per il resto non gli ha sorriso granché. Precedentemente Eibar, Carpi, esperienza (negative) vissute in coabitazione: spesso non è riuscito a tirarsi fuori dal pantano dell’anonimato. Allora via al dibattito, come se ad ogni problema ci fosse sempre una soluzione a portata di mano, da rincorrere: questione di mentalità? “Fragilità”? O semplicemente un’ottimistica sovrastima? Dubbi, legittime perplessità. Non ancora del tutto cancellate, sia chiaro.

Proviamo, allora, a scindere il discorso.

Potenza e atto. Allo scopo di pensare adeguatamente la realtà del divenire, Aristotele ci ha lasciato questi due concetti. Insegnandoci che per “potenza” si intende la possibilità, da parte della materia, di assumere una determinata forma; mentre per atto la realizzazione di tale capacità. Della serie: il pulcino è la gallina in potenza, la gallina il pulcino in atto. Volendo parafrasare il breve excursus filosofico, intendiamo dire che Verdi è destinato a diventare un fuoriclasse di caratura internazionale, a patto che trasformerà in atto tutte le potenzialità di cui è in possesso. In teoria (appunto, in teoria, lo sottolineiamo) può ricoprire qualsiasi ruolo del fronte offensivo: usa entrambi i piedi, a tratti sembra un mancino puro; ha fisicità, dribbling, sensibilità tecnica, facilità di calcio (punizioni, corner), passaggio smarcante, controllo e conduzione palla di qualità.

Un creatore di situazioni. Istintivo. Fantasioso. Verdi ha spunti. Quelli tipici di chi trasforma gli 0-0 in 1-0. A destra rientrerà in mezzo al campo, liberando il binario alla sovrapposizione del terzino: il tiro in porta o lo scambio stretto con gli altri due attaccanti (pensiamo a Insigne e Mertens) le scelte finali; dalla parte opposta andrà diretto: cross sul fondo per Milik (ipotizziamo). Da centravanti è tutto da verificare: una possibile opportunità, non una priorità. Da esterno una (ulteriore e diversificata) risorsa, che al Napoli mancava: è lontano sia da Insigne che da Callejon. Meno illuminato di Lorenzo; cuce di più il gioco, rispetto allo spagnolo.

Verdi è un gradino sotto al Napoli, squadra e società (nel complesso). Non arriva dal Real, non ha il pedigree, il DNA, la storia del vincente, non ha mai disputato una competizione europea. Dovrà ambientarsi velocemente, in un contesto che non è sceso in piazza a festeggiare il suo arrivo, e che probabilmente l’accoglierà con freddezza. Poco importa. Adesso ha l’occasione della vita. Il Napoli ci punta tanto, ha deciso di aspettarlo, comprendendo le sue incertezze. Non un aspetto trascurabile. La pazienza dimostrata da De Laurentiis è una notizia: conoscendolo, non sarà stato semplice mettere da parte l’orgoglio e superare la querelle di gennaio. L’ha voluto Ancelotti: un nome, una garanzia. Un acquisto condiviso. 25 milioni di euro. Una cifra discutibile. Sproporzionata. Sproporzionata alla storia del calciatore. Sproporzionata al valore effettivo. In un caso sono tanti soldi, nell’altro sono (paradossalmente) persino pochi. Una duplice logica interpretativa. Due facce d’una stessa medaglia. Due delle cinquanta sfumature di… Verdi!

Alessio Pizzo

Studente in Comunicazione Digitale, appassionato di calcio, tecnologia e buone letture. Vanta già esperienza giornalistica con 100 *100 Napoli

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