UN SECONDO POSTO CON RETROGUSTO AMARO

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15 Maggio 2011: Napoli-Inter 1-1, gli azzurri raggiungono la Champions diretta senza preliminari. Domenica sera, quasi due anni dopo quella notte magica, il Ciuccio ha di nuovo di fronte la Beneamata, di nuovo dunque con la ghiotta occasione di blindare il pass per l’Europa che conta, o addirittura di staccarlo se Fiorentina e Milan non vincessero. E se non sarà domenica, potrebbe essere mercoledì a Bologna. Questo secondo posto ormai sicuro va accolto con piena soddisfazione; la squadra lo merita perché, nell’arco dell’intera stagione, ha realmente dimostrato di essere la più forte. La più forte dopo una certa Juventus, però. E quindi la prima delle perdenti, la prima delle 19 di A giunte a distacco abissale dai fuggitivi bianconeri. Pertanto, la domanda sorge spontanea: questo Napoli avrebbe potuto lottare da pari a pari con Conte e soci? O almeno, avrebbe potuto tenerli in apprensione per tutto il campionato, arrivando a una distanza meno siderale?

Ai nastri di partenza, gli illusi (a torto) nel Tricolore non sono mancati. Tuttavia altri, compresi noi, erano convinti già a priori che oltre non si potesse andare. E pensare che a un certo punto questo secondo posto stava persino sfuggendo di mano! Passata la paura, resta l’idea che strappare lo Scudetto agli juventini era stradifficile, per non dire impossibile; ma difficile e impossibile è risultato anche mettergli il fiato sul collo, togliendosi uno sfizio platonico. Le cause dei problemi sono tante, troppe. Innanzitutto, la decisione scriteriata e inopinata di lasciar andare via Lavezzi. Non occorreva uno sforzo immane blindare il Pocho e continuare uno splendido connubio, non solo con i supporters, ma anche con i compagni di squadra; e invece qualcuno ha creduto che fosse un peso, un impenitente rompiscatole da scaricare. Qualcun’altro, poi, ha ritenuto sensato non aumentargli l’ingaggio, piuttosto che ridurre quello d’altri e renderlo sordo alle sirene degli sceicchi del PSG. Meglio riempire d’oro il bolso Pandev: onesto ragazzo il macedone, bravo a riscattare in queste settimane una stagione opaca, ma pur sempre giocatore di calcio a 5 piuttosto che a 11. Ciò nonostante, sempre il qualcuno di prima ha pensato che il Napoli fosse forte comunque, anche con lui al posto di Ezequiel: “E’ una garanzia, ha esperienza internazionale, sarà sempre in gran forma”. Già, un giocatore esperto, vecchio ma non al punto da non apportare quel ritmo alto e quella velocità tipiche del “codice” di colui che l’ha voluto. Ch’è poi la stessa persona che ha malamente sciupato il talentino di casa nostra Insigne, facendolo giocare col contagocce e costringendolo a compiti non appartenenti al suo DNA. Che ha preferito andare sul sicuro scommettendo sui suoi pupilli (chissenefrega se essi hanno menomato la fascia destra per un anno intero?). E che ha infine ignorato uomini i quali, con lavoro alacre e certosina pazienza, avrebbero potuto recitare la loro parte tranquillamente. Tipo Fernandez e Vargas: uno ha trovato spazio al Getafe ed è punto fermo della Nazionale argentina; l’altro è anch’egli un inamovibile della ‘Roja’ cilena e col Gremio Porto Alegre si sta rifacendo la bocca in Copa Libertadores (figuriamoci poi quando inizierà il Brasileirão …). Per tacere del povero Radosevic: titolare a 18 anni (!) nella rappresentativa croata e nell’Hajduk, ma relegato in Primavera (“Dove lo metto? Dove lo faccio giocare?” Disse di lui questa persona …). Tra i ‘dimenticati’ non ci sono solo loro, i giovani di belle speranze ai quali chi allena non ha dedicato le attenzioni riservate, ad esempio, a Dzemaili e Britos. C’è Rolando, pezzo da 90 del Porto e della Nazionale portoghese, trattato come una pezza da cucina; e soprattutto c’è Calaiò, che in talune partite sarebbe risultato decisivo e che alla fine ha giocato solo una trentina di minuti in quattro mesi.

Ove mai Mazzarri non avesse commesso tutti questi errori, il suo Napoli sarebbe certamente andato oltre un secondo posto a debita distanza dalla Juventus: era un obiettivo possibile e da applaudire, anche se non si fosse vinto lo Scudetto. Ma l’umile Walter non è l’unico colpevole: se una squadra di calcio raggiunge risultati inferiori alle sue effettive potenzialità, le pecche vanno condivise equamente tra le parti. A cominciare da De Laurentiis. La politica dei “talenti di prospettiva”, dei “giovani campioni da crescere e valorizzare”, dei diritti d’immagine e di un fin troppo oculato tetto degli ingaggi, ha fatto il suo tempo: è arrivato il momento che Don Aurelio accantoni tale politica, specie in quella che sarà l’annata conclusiva del suo secondo quinquennio partenopeo, dopo il quale ne verrà un altro in cui si dovrà vincere, perché i tifosi non possono più attendere. E Bigon e lo scouting? Mantovani, Micheli e Zunino avranno pure sprecato il suo lavoro, visto che i giovani scovati sono stati ignorati da Mazzarri, ma alcune loro ‘scoperte’ come Fideleff e Uvini sono da Oscar. E il ds s’è persino vantato di averli individuati i giovani, quando in realtà non è stata farina del suo sacco, dacché non ci vuole molto a capire che si limita solo a fare da collante tra società e squadra. Uno come lui nel Napoli non dovrebbe esserci, meglio un dirigente più esperto e più dinamico, più attento ad ascoltare magari anche le esigenze del mister. Abbiamo sempre sostenuto questa tesi, così come sempre sosterremo che, al di là delle nuove promesse, occorrono anche elementi vicini alla maturità, soprattutto dai pieni buoni e dalle qualità considerevoli; non strapagati, sia chiaro, ma comunque bravi. E’ necessario che questi mutamenti abbiano luogo, se non si vuole restare lontani da una Signora alla quale, per fare campionato a sé, è bastato essere quadrata e completa dal centrocampo in su, e senza top players (figuriamoci se li teneva …). Altrimenti ci saranno sempre stagioni come questa, nelle quali si arriva sì secondi in classifica, ma con un retrogusto amaro; e con il contorno di figuracce collezionate in Europa e in una Coppa Italia in cui si partiva da detentori.


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