Tatticamente – Un difetto da correggere e la mano dello stratega

Un match di quelli non banali, che non passerà inosservato, che sicuramente rilancia le ambizioni azzurre, mettendo in risalto una serie di spunti piuttosto significativi. L’avversario, la sua storia, Higuain, il momento del Napoli, i dubbi relativi alla reale forza di questa squadra: tutto sconfitto. Napoli-Milan come una fotografia: uno scatto che ha immortalo perfettamente cos’è, e cosa rappresenta ad oggi il nuovo Napoli, il Napoli di Carlo Ancelotti; quali le sue qualità (confermate, ancora volta), quali i punti deboli (riemersi); quindi le mosse del tecnico, la duttilità tattica, la strategia, e le cose – appunto – da correggere. Una foto, tutto sommato venuta anche bene. Da cui il Napoli esce fuori con un volto definito, pulito, limpido (in assoluto). Con alle spalle, però, uno sfondo che “sereno” lo è diventato. Nel tempo, dopo la tempesta. Quella abbattutasi al 5′ della ripresa e che ha sfidato le previsioni anche dei più ottimisti (categoria “inguaribili”): Bonaventura-Calabria, due fulmini che avevano squarciato il cielo – già plumbeo e minaccioso – di Fuorigrotta. Due gol degnamente realizzati e costruiti dal Milan, ma che comunque il Napoli ha concesso troppo facilmente: dunque un raddoppio esagerato, ingiusto, per certi versi; sostanziale, educativo, punitivo per altri. Il Napoli ha da saldare un conto atavico, relativo a limiti strutturali, difetti di natura oramai cronica: è lo scotto da pagare, in genere, di chi pratica un calcio offensivo, sostenuto da un modulo costituito maggiormente da calciatori propositivi, a cui il pallone piace condurlo, spedirlo in rete, anzichè difenderlo, strappandolo agli avversari. E’ una squadra costruita, messa in campo per restare corta, compatta, in entrambe le fasi. E quando non riesce ad esserlo soffre, tradisce, palesa qualche lacuna individuale che soltanto il mercato potrebbe (avrebbe potuto) colmare. Un ritornello che appartiene a molti, ascoltato spesse volte, e che ci sentiamo di condividere. E’ pure questa una fotografia. Nuda, cruda, vera della realtà.

Il “cambio di gioco”, parte 1: Suso per Borini, i due esterni d’attacco che si cercano, a liberare il “terzo uomo” – la mezzala d’inserimento, Jack Bonaventura. Partendo dal presupposto che l’azione del Milan è di pregevolissima fattura – e nella preparazione, e nella rifinitura, e nella spettacolare conclusione -, il Napoli degli errori li ha certamente commessi. Per prima cosa, la linea difensiva – come spiegato benissimo da Ancelotti – slitta male, o comunque tarda nel farlo (per cui Borini anticipa di testa Hysaj, che invano prova a chiudere in extremis). In seconda battuta, la posizione sbagliata di Allan: impreparato nella fattispecie, manca il solito filtro dell’unico interditore del centrocampo partenopeo. Responsabilità evidentemente da con-dividere col resto dei compagni: sia di reparto – soprattutto Hamsik, in imbarazzo nel ruolo di regista -, sia di squadra – dov’è il ripiegamento di Callejon sul famoso “lato debole”?

Un leitmotiv che si ripete, potremmo dire da Benitez ad Ancelotti: al primo, concreto affondo il Napoli si lascia sorprendere. Un handicap a cui è complicato trovare una sola spiegazione. Ce l’ha, invece, una spiegazione la seconda rete rossonera: condotta e realizzata praticamente in fotocopia.

Della serie: “cambio di gioco”, parte 2. Stavolta il lancio è di Biglia: verticalizzazione, Suso riceve, la mette giù e appoggia su Calabria. La libertà di cui ha goduto il metronomo argentino, ex Lazio, almeno fino al passaggio al 4-4-2 (determinante, lo vedremo), ha garantito al Milan una uscita dal basso quasi sempre efficace ed utile a scavalcare il pressing del Napoli. Fino a creare la superiorità numerica in mezzo al campo; fino a dare ampiezza attraverso la doppia catena sulle corsie – esterna ed interna. Interna come la sovrapposizione di Calabria, “perso” da Insigne che lo stava seguendo. Un gol, questo, assolutamente evitabile, il cui sviluppo non è stato altrettanto veloce ed improvviso come in occasione della fantastica acrobazia di Bonaventura (la “bicicletta” la chiamano in gergo: una frustrata, “di getto”).

Da qui la mano dello stratega; la firma in calce di Carletto Ancelotti. Che decide di riscriverla la partita, di restituirle un senso. A modo suo. Mertens gli servirà per pareggiarla e alla fine vincerla. Ma è antecedente la mossa che rivoluzionerà lo svolgimento della gara, stravolgendo i piani di Gattuso:

Zielinski spostato in avanti, giustappunto di qualche metro: trequartista, per intenderci. Ciò ha significato due cose fondamentali: A. avvicinare alla porta un giocatore di qualità, abile nel tiro dal limite, ma sino ad allora impalpabile; B. marcare Biglia (calato fisicamente) ad uomo, impedendogli il comodo palleggio. Uno scacco matto che ha assunto una importanza persino superiore al mero cambio di modulo. 4-2-3-1 che con Mertens diventerà 4-2-4, all’insegna d’una maggiore spinta offensiva, con la custodia – contestualmente – d’un equilibrio ritrovato. Perchè l’ultima chicca è Diawara in coppia con Allan: il guineano, inserito tra il pareggio ed il successivo sorpasso, atto a congelare innanzitutto il 2-2. Preziosi i correttivi di Ancelotti: gli uomini come pedine intercambiabili; “letture” essenziali per arrivare a dama.

Alessio Pizzo

Studente in Comunicazione Digitale, appassionato di calcio, tecnologia e buone letture. Vanta già esperienza giornalistica con 100 *100 Napoli

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