Tatticamente – Anno nuovo, vita nuova

La prima versione del nuovo Napoli di Ancelotti è tutto sommato rivedibile. Nuovo perché il tecnico di Reggiolo ha proposto – lo aveva già fatto in ritiro e nelle prime amichevoli – un diverso schieramento tattico: abbandonato il 4-4-2 molto versatile della passata stagione, quest’anno il Napoli ha intenzione di rispolverare il famoso 4-2-3-1 “introdotto” – per così dire – da Rafa Benitez nel 2013 e portato avanti con convinzione nel corso di tutto il suo biennio in azzurro. E anche sul mercato, il Napoli ha deciso di operare nella stessa direzione del tecnico. Lo ha fatto, però, in maniera del tutto singolare, rinunciando all’acquisto di un trequartista (almeno per ora), ruolo determinante per inventare calcio e legare i reparti, e preferendo un mediano come Elmas, duttile e coi piedi del fantasista (lo dimostra la roulette con la quale si presenta in Serie A a pochissimi minuti dal debutto), ad un profilo di maggiore interdizione e struttura fisica (un alter ego di Allan, per intenderci). Di solito, infatti, le squadre europee che giocano 4-2-3-1, lo fanno con un classico numero dieci tra le linee, in mezzo agli altri due trequartisti dietro una vera prima punta (anche su questo aspetto, al di là dei tentativi per Icardi, Giuntoli ha deciso di non intervenire comprando un bomber titolare da 30 gol), e con una coppia di centrocampo che oltre a palleggiare debba sapere soprattutto interrompere le azioni avversarie e coprire il campo in orizzontale (per sopperire all’assenza delle due mezze ali). Certo, non bisogna trascurare che la condizione può essere approssimativa: siamo a fine agosto ma soprattutto alla prima ufficiale, e la tenuta è un fattore assolutamente rilevante e incidente su alcuni errori. Di contro, però, anche la Fiorentina ha cominciato la propria stagione nelle medesime condizioni azzurre. Prendete Pulgar, ad esempio: il cileno ha partecipato alla Coppa America al pari di Allan, tra l’altro quasi sempre in panchina a differenza del collega mentre le rispettive formazioni hanno disputato lo stesso numero di gare, eppure tra i due è emerso un gap prestazionale davvero notevole. L’ex Bologna ha corso dall’inizio alla fine, lottando e contrastando con grande ferocia agonistica pur non disdegnando gli spunti più tecnici a livello offensivo. Tutte qualità e caratteristiche che indubbiamente ad Allan non mancano, ma che a Firenze non sono riuscite a fare la differenza come invece spesso gli capita. E la squadra tutta ne ha risentito: il brasiliano è apparso subito in debito d’ossigeno e poco reattivo; di conseguenza il Napoli ha gestito e calcolato male le distanze, lasciando ampi spazi in ripartenza alla Viola. Due gol sono arrivati su palla inattiva, ma se fosse stata più precisa nell’ultimo passaggio o se Vlahovic prima e Boateng poi fossero stati più presenti dentro l’area per il tocco sotto, la squadra di Montella avrebbe potuto segnare anche sulle numerose occasioni create su azione, a campo aperto e non. Alto, altissimo, indemoniato il pressing sui portatori del Napoli, che nonostante cercassero il fraseggio corto per saltare le prime linee di pressione e verticalizzare velocemente sulle punte, si vedevano costretti a spazzare lungo o talvolta a rinunciare completamente al possesso del pallone nel tentativo di ridurre al minimo il margine d’errore in uscita. Prima mezz’ora perfetta della Fiorentina, in entrambe le fasi: a tratti s’è rivista la meravigliosa Fiorentina di Montella di Borja Valero e Giuseppe Rossi, che giocava all’epoca un calcio già moderno, fatto di qualità nel palleggio, ripartenze corte e nessun punto di riferimento. Il Napoli, dall’altra parte, ha avuto il merito di non sprecare come cinque mesi fa quando non riuscì a trasformare in vittoria un clamoroso 0-0, al termine di un match assolutamente dominato: le prodezze di Mertens, il genio e la freddezza di Insigne, e l’eterno Callejon; i tre uomini forse simbolo dell’attuale momento storico si dimostrano nuovamente i trascinatori da cui è impossibile prescindere.

 

Un modo offensivo di difendere: aggressiva, intensa, coraggiosa, tonica la Viola della prima metà di gara sino all’episodio del rigore contestato e concesso agli ospiti. Conscia, probabilmente, delle lacune difensive, che poi sul lungo periodo la squadra di Montella ha comunque palesato una volta allentata evidentemente la tensione; un atteggiamento del genere nasce dalla consapevolezza dei propri limiti e da un entusiasmo particolare che nel capoluogo toscano si respira sin dall’avvento di Commisso, alimentato oltremodo da quello di Ribery. Fortunato Ancelotti ad uscire relativamente indenne da una situazione assai sfavorevole, che avrebbe anche potuto portare ad una possibile debacle: l’inerzia era totalmente appannaggio dei padroni di casa, che galvanizzati dal pubblico sembravano avere molta più garra e birra in corpo. Napoli sorpreso, ha cercato di limitare i danni prima di venir fuori alla distanza. In grosso imbarazzo i due terzini quando bisognava impostare l’azione dal basso: un po’ per limiti tecnici personali, un po’ anche per l’immobilismo dei compagni che non riuscivano ad eludere le rigide marcature avversarie. Come in questo caso: quattro uomini su Insigne, Allan, Koulibaly e Zielinski; Mario Rui va così nel panico e non sapendo cosa fare allontana via la sfera, che ovviamente ridiventerà facile preda della Fiorentina, non avendo il Napoli un centravanti strutturato in grado di difendere i palloni sporchi e far salire, eventualmente, il resto della compagine.

 

Quando la Fiorentina ha cominciato ad abbassare il baricentro e a togliere fisiologicamente il piede dall’acceleratore, per forza di cose il Napoli ha conquistato campo, riversandosi finalmente nell’altra metà di esso, quello dove tuttavia la Fiorentina ha difeso abbastanza bene, limitando il giro-palla del Napoli a dei continui – quanto inutili – scambi ravvicinati e alla ricerca delle fasce (causa intenso traffico nel mezzo) dalle quali provenivano dei cross telefonati e di semplice lettura. Nella circostanza, Mertens prova a battersi contro ben cinque (quasi sei) difendenti: praticamente una missione impossibile intercettare il traversone di Callejon tagliato sul primo palo; inoltre Mertens non può avere, per ovvie ragioni, le doti da rapace d’area di rigore di un vero finalizzatore, ergo è sua abitudine staccarsi dai centrali invece che fare invano la guerra in mezzo a tante maglie (alcune, peraltro, nettamente più “pesanti” della sua), col rischio di non vedere mai palla (come gli è successo fino all’invenzione del gol). Il Napoli è di fronte ad una scelta: o nelle prossime – restanti – ore di mercato trova disperatamene un punta (Llorente?) che gli consenta di studiare un’alternativa di gioco alla mera rete di passaggi rasoterra – e allora in quel caso i cross dalle retrovie acquisirebbe un senso logico -, oppure quando gli spazi sono così chiusi (come in foto) dovrebbe mantenere la lucidità di far continuare a girare il pallone con pazienza e, attraverso la tecnica dei suoi centrocampi (l’ingaggio di Elmas, ad esempio, sostiene esattamente l’ultimo scenario), ritornare indietro e ricominciare – in attesa dell’imbuca giusta.

 

Zielinski in cabina di regia va seguito a lungo e attentamente: gode dell’enorme investitura di Carlo Ancelotti, che crede fortemente nel ragazzo al punto da considerarlo il jolly valido per ogni “stagione” e modulo. Noi preferiamo andarci cauti e giudicarne costantemente l’evoluzione (o meno) in un ruolo che è storicamente complesso anche per i fuoriclasse. Il polacco ha certamente i mezzi e la personalità per prendersi la squadra sulle spalle e comandare le operazioni. Molte volte, però, non basta la tecnica per ben figurare in quella posizione: serve avere una visione di gioco complessiva e la maturità di stabilire quando una verticalizzazione (forzata) va evitata per non correre il rischio di perdere un pallone sanguinoso (vedi frame). Ne ha tre addosso: sono i tre centrocampisti di Montella, Pulgar e Castrovilli ai lati di Badelj, che fanno legna bruciando sul nascere l’intenzione (ardita) di Piotr, che era quella di pescare Insigne/Mertens tra le linee e saltare secco l’intera mediana. Sarebbe stata una soluzione interessante, che avrebbe consentito ai due piccoletti di Ancelotti di puntare direttamente la porta e creare i presupposti per poter far male. Così non è stato e la Fiorentina s’è ritrovata nuovamente l’occasione per imbastire un pericoloso contropiede: lento in orizzontale, impreciso in verticale, ecco perché il Napoli ha completato (444) qualche passaggio in meno (in rapporto a quelli tentati, 522) rispetto alla Fiorentina (322/390), ed ecco spiegato perché sia cresciuto nella ripresa, in concomitanza con il calo degli avversari che avevano meno forza di andare a chiudere ogni linea di passaggio e concedevano una frazione di tempo in più per pensare.

 

Nella fattispecie, il Napoli stava attaccando con cinque giocatori per cercare di chiudere la pratica in avvio di ripresa: non ci riesce, si sbilancia, la Fiorentina riprende fiducia e riprende pure la partita. Ne rimangono altri cinque (di movimento, oltre al portiere). Tra questi Allan che tenta l’approccio fisico con Chiesa, che è abile a bruciarlo sul posto: il Napoli è praticamente spaccato in due tronconi, e la difesa (a tre, senza Di Lorenzo che sta ancora recuperando dalla precedente sortita in avanti) è priva d’ogni forma di copertura preventiva. Senza i migliori Allan e Koulibaly (molle pure lui su Chiesa), con Zielinski che – come raccontato – ha prevalentemente delle spiccate doti offensive, il Napoli si è spesso ritrovato con un solo marcatore puro, Manolas, contro gli scatenati baby-talenti di Montella. Chiara la strategia di Ancelotti, antitetica – se vogliamo – rispetto alla corrente più tradizionalista del nostro movimento legata al proverbiale “primo: non prenderle”: una risposta del tecnico a chi lo tacciava d’essere (ancora) un “italianista”.

Alessio Pizzo

Studente in Comunicazione Digitale, appassionato di calcio, tecnologia e buone letture. Vanta già esperienza giornalistica con 100 *100 Napoli

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