Ormai l’abbiamo capito e ce lo stanno facendo capire anche gli allenatori che cominciano a lamentarsi: sono partite che per certi versi lasciano il tempo che trovano, perché si gioca in condizioni particolari, in un momento assolutamente anomalo della stagione che non è possibile parametrare con nessun altro dato risalente al passato. La situazione del Napoli, poi, è ancor più difficile da interpretare: è una squadra che ha già fatto il massimo vincendo la Coppa Italia e recuperando un discreto ruolino di marcia in campionato; dopodiché non ha più motivazioni, ed è giusto che sia così, e sta cercando di arrivare al Barcellona nelle migliori condizioni possibili che, al momento, non sono state per nulla raggiunte. Questo Napoli preoccupa, parola di Gattuso, e fa riflettere su almeno due aspetti: continua ad incassare gol non appena l’avversario “viene giù”, ha detto il tecnico calabrese; non è più brillante, come lo è praticamente stato fino al 45′ di Napoli-Milan, nello sviluppo della manovra, sebbene le statistiche complessive evidenzino un elevato numero di conclusioni in porta (bisognerebbe sempre analizzarle ad una ad una). E sono degli argomenti di assoluto rilievo per poter pensare di fare un miracolo a Barcellona, o dovunque decideranno di giocare l’8 agosto: le prime occasioni concesse agli avversari non devono pedissequamente trasformarsi in gol e soprattutto i centrocampisti offensivi e gli attaccanti – non ci stancheremo mai di menzionarli – sono chiamati a metterci qualcosa in più sia in termini di vivacità che ovviamente realizzativi. Se volessimo sintetizzare in maniera estrema il momento tecnico-tattico del Napoli prendendo parecchio spunto dalla partita con l’Udinese, si parlerebbe di una squadra decisamente giù di tono, che palleggia con scarsa fluidità e voglia di far male e che nonostante tenga il pallone molto più degli altri non ha il totale controllo del campo, si disunisce troppo facilmente e quando non è abbastanza corta non solo corre diversi rischi ma non è quasi mai insidiosa, pungente dalla trequarti in su. Nel secondo tempo, per esempio, ha sfiorato il gol, poi trovato con un simile gesto balistico, grazie ad una gran conclusione da fuori di Zielinski, quindi imitato da Politano all’ultimo minuto: non sono state azioni orchestrate, entrambe; come con la Roma e in parte con il Genoa, il Napoli vince la partita con un guizzo individuale, con la creatività del singolo che tira fuori il coniglio dal cilindro e soprattutto toglie le castagne dal fuoco salvando capra e cavoli.
De Paul sbuca “al buio” ed infila su un cross che attraversa tutta l’area di rigore, da un versante all’altro: il Napoli ha già preso, di recente (Milan, Theo), un gol simile per sviluppo ma dalla dinamica opposta. Se ci fate caso, tutti guardano la palla e nessuno si occupa del lato debole, dove appunto sopraggiungerà l’accorrente De Paul: esattamente come Theo, l’argentino è liberissimo (nella fattispecie ancora fuori inquadratura) di battere a rete indisturbato. Di chi era De Paul (si chiede in questi casi)? Come al solito se ne potrebbe discutere per ore: potrebbe essere tanto di Insigne, che al pari di Callejon contro il Diavolo ripiega in ritardo sull’esterno di sua competenza; tanto di Zielinski che, essendo un centrocampista, in teoria dovrebbe avere più attitudini a difendere rispetto ad un attaccante, e capacità di prevedere, oltre che scampare eventualmente, un possibile pericolo che un uomo meno abituato a certe situazioni – e zone di campo – potrebbe anche rischiare di sottovalutare o leggere una frazione di secondo dopo. Tuttavia, ci sarebbe anche da aggiungere che la difesa è costretta tutta a scalare verso l’autore del cross, Zeegelaar, in seguito ad un tentativo di primo pressing abbozzato solamente da Hysaj ed eluso dal giro palla friulano; ragion per cui l’albanese perde contatto con l’esterno olandese, di sua competenza in questo caso, e di conseguenza gli altri difensori mollano le loro posizioni originarie: Koulibaly prova infatti ad accorciare proprio su Zeegelaar, quantomeno per tentare di ostacolarne il passaggio al centro, e Mario Rui stringe correttamente in mezzo all’area per marcare Lasagna; nel frattempo si crea un buco nella parte ‘alta’.
Al netto dei numeri, che spesso hanno solo una valenza formale ma poco sostanziale, ed in ogni caso vanno approfonditi e mai presi per buono in senso assoluto, il Napoli ha fatto una gran fatica a costruire delle vere palle gol. Nel primo tempo ha interpretato male la gara: Gattuso ha scelto di accentrare molto i due esterni d’attacco, Insigne e Callejon, invece di sfruttare, con la doppia catena, la superiorità numerica che invece si sarebbe venuta a creare proprio sulle corsie. L’Udinese si schiera a cinque in difesa, per cui ci sarebbero stati Insigne e Mario Rui, da una parte, contro Stryger Larsen; e Callejon e Hysaj, dall’altra, contro Zeegelaar. Al contrario, il Napoli non sfrutta questo possibile ‘vantaggio’ e si va ad impelagare per vie centrali senza mai trovare il varco giusto per penetrare l’arroccata retroguardia di Gotti, protetta da una linea mediana a tre, più i ‘quinti’, che certamente non spiccava in qualità – a parte il solo De Paul -, ma aveva il compito di chiudere molto banalmente gli spazi. Alla fine l’ingresso di Milik per l’infortunato Mertens ha involontariamente aggiustato le cose: il Napoli trova il pareggio ma soprattutto un uomo d’area di rigore, che prima, con Mertens, non aveva; anche il belga, infatti, nella mezz’ora in cui ha giocato si è ritrovato spesso circondato dal centrale di difesa e dal vertice basso del centrocampo dell’Udinese e non ha mai potuto dialogare con i compagni come piace a lui, venendo incontro al portatore.
Con l’ingresso di Milik, invece, il Napoli è stato quasi costretto a modificare atteggiamento tattico: Insigne e Callejon capiscono che devono allargarsi per puntare l’uomo (Insigne) o in alternativa aspettare l’inserimento dei centrocampisti (l’ha fatto sempre e solo Insigne) e prepararsi all’assist. Non a caso Lorenzo sfiora il gol con un tiro più di potenza che a giro, in una circostanza; poi serve Zielinski che centra la traversa, in un’altra. Non pervenuto Callejon, che ha toccato pochissimi palloni e si conferma un pesce fuor d’acqua quando deve affrontare squadre che si chiudono in difesa in maniera piuttosto pugnace: non ha proprio le caratteristiche adatte per giocare in certe occasioni in cui di spazio da attaccare senza palla e alle spalle della linea non c’è. Di fatto, lo sappiamo, risulta del tutto ‘inutile’ puntare su uno come lui se anche dall’esterno d’attacco a destra ci aspettiamo intraprendenza o il tiro risolutivo all’incrocio; è evidentemente penalizzato quando gli viene chiesta un po’ di creatività nelle giocate, quello spunto decisivo che vada al di là degli schemi, al di là dell’impegno che pur continua a dimostrare e per il quale è indubbiamente encomiabile. Però è arrivato finalmente il momento in cui il Napoli non solo si renda conto di che pasta è fatto Politano, che invece ha passo da brevilieno e piede buono per giocare più dentro al campo come vuole Gattuso e che rispetto all’Ounas di turno pare più funzionale alle idee dell’allenatore, e soprattutto attinga dal mercato per acquistare un nuovo titolare.
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