Comincia a diventare veramente difficile commentare le partite del Napoli in questo finale di stagione. Era prevedibile, infatti, sin dalla vittoria della Coppa Italia che gli azzurri potessero subire un calo in prossimità dell’ultima curva di un campionato a cui oggettivamente non hanno più nulla da chiedere. A Bologna Gattuso ha mandato in campo una squadra svuotata di contenuti, di gioco e che continua ad incassare gol. E non sarebbe giusto addossare tutte le colpe ai titolari (in tanti erano riserve) perché nemmeno coloro che sono subentrati dalla panchina hanno poi dato una svolta; anzi, paradossalmente l’ingresso del solito tridente composto da Insigne, Mertens e Callejon ha coinciso con il peggior momento della gara, quando il Bologna ha conquistato sempre più campo fino a trovare quasi quattro gol nell’ultimo quarto d’ora, di cui la rete di Barrow, uno annullato, un tiro all’incrocio ed una clamorosa occasione di Palacio. Ma le note dolenti riguardano ancora una volta l’attacco che non è riuscito a sbloccarsi nemmeno con le seconde linee e neanche in una partita che, tutto sommato, dopo il vantaggio in avvio di Manolas si era automaticamente indirizzata su binari totalmente favorevoli al Napoli e vantaggiosi soprattutto per i giocatori offensivi. Pensiamo ad uno come Lozano, ad esempio: abbiamo sempre detto e sottolineato che si esprime meglio quando ha spazi da attaccare senza palla, mentre fa più fatica nel palleggio e nel venire a legare con la squadra; ebbene, nonostante la partita sia sostanzialmente diventata questa, e cioè il Bologna ha cercato di riversarsi in avanti a caccia del pareggio mentre il Napoli si è difeso per ripartire, la partita del messicano non è stata di quelle entusiasmanti. Ha cercato una paio di volte la conclusione, ma non è stato preciso: in generale, non ha offerto un contributo così significativo da poterlo giudicare positivamente. Benino, invece, Politano, che ha avuto un po’ il compito di manovrare alla Insigne, ma dal lato opposto: certo, la qualità tecnica non è quella di Lorenzo, ma almeno rispetto agli altri due compagni di reparto ha cercato di mettersi in mostra con una serie di spunti individuali che sono apparsi più concreti dei precedenti tentativi. Il vero problema è il centravanti: anche Mertens non è riuscito a trovare la giusta posizione, ha sbagliato nel recupero un gol facile per uno come lui ciabattando la sfera invece di calciarla a giro; su Milik c’è pochissimo da aggiungere, la sua storia a Napoli è oramai ai titoli di coda ma non si capisce perché abbia deciso di non impegnarsi nemmeno più; in teoria, infatti, dovrebbe essere a caccia di pretendenti, e certe figure barbine potrebbe anche risparmiarsele proprio per convincere ulteriormente eventuali estimatori piuttosto che rischiare che cambino idea.
Un Napoli così lungo non si vedeva da mesi: gli attaccanti vanno in pressione, le mezzali pure, Demme rimane nella terra di nessuno e la linea difensiva si fa uccellare dai movimenti di Palacio che facilita l’inserimento di Barrow. Erano già arrivate delle avvisaglie qualche attimo prima, quando sempre Soriano, nelle vesti del centrocampista-rifinitore, aveva imbucato proprio per l’argentino, fermato per un fuorigioco millimetrico. La stanchezza può farsi sentire, ha detto Gattuso, che però ha anche ammesso che si tratta di un atteggiamento mentale sbagliato. A differenza del Bologna, che ha avuto energie a sufficienza per provarci fino alla fine, il Napoli non è riuscito a rimanere corto e compatto nella fase di non possesso per cercare di proteggere con le unghie e con i denti il minimo vantaggio acquisito. La prova di Bologna è negativa sotto ogni punto di vista: il Napoli ha compiuto una serie di passi indietro sia dal punto di vista dello sviluppo della manovra, nettamente meno fluida rispetto al Milan – tanto per non andare troppo a ritroso -, sia per quanto concerne l’attenzione e l’applicazione che la squadra ha invece dimostrato in tutte le prestazioni post ripresa.
In una foto, l’equivoco tattico che ha accompagnato l’intera avventura di Milik a Napoli: non è vero che la squadra non lo cerca; semmai lo cerca male oppure è lui che non si mette nelle condizioni ideali per poter essere servito al meglio. Gattuso è sempre stato chiaro: vuole il centravanti che venga incontro e non che finalizzi soltanto come un puntero; l’attacco alla profondità, invece, tentato dal polacco nella circostanza esaminata è esattamente opposto a questo principio. Non c’è intesa tra i Milik e i compagni: sono di fatto incompatibili; Demme lo serve con un passaggio corto, Milik scappa in profondità. Hanno in mente due cose completamente diverse e non stiamo dicendo che una delle due intenzioni sia per forza sbagliata, ma che è evidente che questa sia una squadra abituata a giocare con un giocatore come Mertens, a cui – al contrario – piace partecipare molto allo sviluppo dell’azione e, a dispetto della fisicità che si ritrova, difendere palla spalle alla porta e alleggerire l’azione per portare più uomini a a sostegno delle punte.
Ancora Demme protagonista in appoggio: siamo nel finale di gara, ed il Napoli, al netto di un pomeriggio storto, riesce comunque a costruirsi, praticamente all’improvviso, una delle rarissime occasioni potenzialmente pericolose. Insigne e Mertens sono uno contro uno con i rispettivi difensori del Bologna: non era mai capitato con il tridente che li aveva preceduti. Demme ha due opzioni, alla fine sceglie Mertens che si allarga per trovare una posizione più favorevole e che tra l’altro lui già conosce. Il grande limite del Napoli, che soltanto attraverso il mercato potrà cercare di risolvere, è che non riesce ad andare oltre le giocate di Mertens e Insigne (e dello stesso Callejon) né attraverso dinamiche di gioco talvolta alternative, né attraverso interpreti che hanno provato – invano – a cambiare una identità offensiva ‘storica’, fondata sul fraseggio e sugli scambi nello stretto. I Gabbiadini, i Pavoletti, e lo stesso Milik, cioè centravanti più strutturati, che hanno bisogno di cross, che hanno per esempio più tiro da fuori, hanno sempre fatto fatica dentro un sistema che oramai ha una sua natura, una forma ben definita e in cui è ampiamente dimostrato essere difficilissimo incastrare qualcosa di nuovo.
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