Tatticamente – L’abiura di Gattuso: addio palleggio!

Con Napoli-Atalanta si è definitivamente concluso il processo di trasformazione del Napoli di Gattuso: qualche mese – la prima metà del 2020, di fatto il girone di ritorno dello scorso campionato – per capire se ci fossero ancora i presupposti per rivedere il Napoli sarriano, poi la metamorfosi, cominciata in estate con il ritiro di Castel di Sangro e gli acquisti mirati e funzionali di Petagna prima – già a gennaio – e Osimhen e Bakayoko poi; dalla tecnica dei piccoletti alla fisicità dei nuovi arrivati. Un’improvvisa inversione di tendenza, per certi versi contra legem, contro la filosofia iniziale di Gennaro Gattuso, che è stato capace di fare più di qualche passo indietro rinunciando a quel modo di giocare che forse ancora “rimpiange”, ma che s’è accorto che questo Napoli non reggeva più. Basta sarrismo, “cambiamo tutto”: un atto coraggioso, una necessaria violenza che Gattuso ha forse fatto innanzitutto a se stesso; una scelta innovativa, perché in questo modo Gattuso non sta semplicemente cambiando volto ad una squadra, ma sta portando una mentalità diversa a dei ragazzi, alcuni non più giovanissimi, che si erano praticamente autoconvinti dei propri limiti, che erano stati lobotomizzati a seguire solamente uno spartito, a cui era stato insegnato che si potesse giocare solamente in un certo modo, che aggiungere un pizzico di fisicità in più significava penalizzare la tecnica, e che alzare – ogni tanto – il pallone sulle punte equivalesse ad una bestemmia. Gattuso ha sradicato tutte queste convinzioni dalla loro testa, alcune delle quali anche dalla propria, ed è andato oltre, cancellando il recente passato con una svolta radicale: ora il 4-2-3-1 è molto più di un’alternativa; è una certezza per il Napoli, un muovo inizio, un punto di partenza, un riferimento per il presente e soprattutto per il futuro. Il Napoli è stato capace di demolire l’avversario, e l’allenatore in particolare, che più ha saputo mettere in difficoltà gli azzurri negli ultimi anni. E lo ha fatto preparando un piano-gara molto simile a quello che di solito mette in campo proprio l’Atalanta: al netto delle marcature a tutto campo, che rimangono una caratteristica esclusiva di Gasperini, il Napoli è riuscito a trasformarsi nella migliore versione possibile dell’Atalanta, dimostrando come si batte un avversario utilizzando le sue stesse armi, con ritmo, pressing, ed un’intensità elevata all’ennesima potenza. Di contro, il Napoli è stato capace di contrapporre ad una spettacolare fase offensiva una straordinaria solidità ed un eccellente equilibrio difensivo che ha di fatto bloccato ogni fonte di gioco orobica: l’Atalanta non ha infatti trovato sbocchi né sulle fasce, dove in teoria costruisce con un esterno e poi conclude le sue migliori opportunità con quello opposto; né in mezzo al campo, dove sempre e solo in teoria – ma mai sabato pomeriggio – inventa e poi finalizza con la fantasia di Gomez e l’efficacia di Duvan. Al San Paolo non si è visto nulla di tutto questo: il Napoli ha avuto superiorità numerica in ogni zona di campo, sia sulle fasce, grazie alla doppia catena di esterni, che per vie centrali, con le linee verticali tracciate continuamente da Mertens, vero e proprio regista offensivo, per gli scatti di Osimhen, devastante nel saper attrarre su di se tutti e tre i difensori bergamaschi. Gattuso ha costruito una squadra che rasenta la perfezione: nessuno si sente “penalizzato”, fuori ruolo e così via; tutti sono esaltati al massimo delle proprie potenzialità, compresi quei giocatori che fino a questo momento erano stati bocciati dallo stesso Gattuso, come Lozano, oppure considerati delle discrete riserve e nulla più, come Politano: il primo continua a stupire per come riesce ad allungare il campo e tagliare al centro quando l’azione si sviluppa dalla parte opposta; il secondo si è preso l’onere di “rimpiazzare” la qualità tecnica di Insigne, prendendosi le maggiori responsabilità in fase di palleggio e perfezionando sempre di più l’intesa con Di Lorenzo, che sta approfittando della presenza di un giocatore meno lineare di Callejon per avere più possibilità di correre su tutta la fascia, arrivare sul fondo e crossare, come in occasione del primo gol di Lozano.





