SULL’ORLO DI UNA CRISI DI NERVI
Non servono soltanto le cifre e le statistiche, fredde come la lama di un pugnale, a diagnosticare la crisi ormai irreversibile del Napoli; ci onoriamo di elencarle in maniera quasi masochistica (21 reti subìte in 8 match, 2 punti nelle ultime cinque partite, 3 sconfitte consecutive, il San Paolo espugnato tre volte nell’arco dell’intero campionato: può bastare?), tuttavia da sole esse non sono sufficienti a spiegare sic et simpliciter lo scempio che sta caratterizzando questi ultimi 28 giorni, quanti ne sono passati dalla mesta notte di Londra: la ricorrenza non è casuale, dacché è fin troppo evidente che è stato l’harakiri dello Stamford a originare il vero male che in questo momento sta attanagliando gli azzurri, un male che ha finito per rompere lentamente, ma progressivamente, il giocattolo. In molti avevano sperato che il buon pari ottenuto ad Udine (peraltro dopo esser stati soggiogati dai friulani per una bella oretta) rappresentasse una giusta reazione all’uscita dalla Champions, un messaggio con cui i partenopei davano dimostrazione di rimanere uniti e compatti malgrado la delusione europea; invece, a partire dalla sfida successiva contro il Catania, hanno avuto luogo alcuni episodi che, affiancati alle cifre e statistiche succitate, rappresentano la spia del male di cui parlavamo prima, ossia di un latente e malcelato nervosismo che ha divorato lo spogliatoio, col risultato di mandare allo sfascio un gruppo che era riuscito faticosamente a risalire la china grazie a una buona condizione fisica, ma soprattutto a una ritrovata autostima e convinzione nei propri mezzi. Non lo si voleva dire inizialmente, ma col passare del tempo ci si è dovuti convincere per forza che la disavventura targata Chelsea ha spezzato l’incantesimo, ha tolto alla squadra sicurezza e ha contribuito sensibilmente a una crisi di nervi condita da tali episodi oltreché da risultati sempre più negativi.
E vediamoli, allora, questi fatti in rigoroso ordine cronologico. 1)Napoli-Catania: al minuto 76 Mazzarri sostituisce Lavezzi con Inler e il Pocho, contrariato per il cambio, reagisce alla maniera del compianto Long John Chinaglia mandando a quel paese l’allenatore, con una frase in spagnolo alquanto eloquente e perfino decifrata doviziosamente dal connazionale Pampa Sosa in TV. 2)Stessa partita: dopo che gli azzurri si sono fatti uccellare da Lanzafame, Cavani va giù pesante nei confronti di se stesso e dei suoi compagni: “Abbiamo avuto un calo di tensione dopo il 2-0 e abbiamo commesso tanti errori: ci è mancata la voglia di vincere, e senza quella non si va da nessuna parte”; sfogo per alcuni, atto d’accusa o più semplicemente sprone per altri. 3)Juventus-Napoli: all’87’, quando ormai la frittata è fatta, Zúñiga si fa espellere da Orsato per una gomitata a Chiellini, un gesto totalmente inutile dettato più dalla rabbia che da altro: due giornate di squalifica. 4) Napoli-Atalanta: due giri di lancette dopo la mazzata di Carmona, Pandev, pure lui avvilito, prende reiteratamente a calci Moralez proprio sotto gli occhi di Giannoccaro il quale non può fare a meno di sventolare al macedone il cartellino rosso: anche Goran fermo due turni. Eccoli, dunque, gli eventi che testimoniano in maniera decisamente palese come nel Napoli il controllo dei nervi sia sfuggito a più d’uno e come, in maniera inarrestabile, la squadra tutta si stia avviando verso un processo di autodistruzione che l’ha definitivamente allontanata dal terzo posto e che rischia di pregiudicare irrimediabilmente ogni chance di giocarsi ad armi pari la Coppa Italia con la Juventus il 20 Maggio; una pericolosa e degradante discesa verso il basso, passibile di registrare qualche altro misfatto nelle successive puntate: a questo punto verrebbe da chiedersi chi sarà il prossimo azzurro espulso per falli di frustrazione, chi manderà il mister a ramengo, chi lancerà altri presunti strali a qualche suo collega assopitosi.
Può l’umile Walter essere esente da colpe in una situazione del genere? Ovviamente no: gestisce i giocatori in quanto atleti, ma soprattutto in quanto uomini e, se questi ultimi si lasciano andare a comportamenti simili (oltre a non rendere come dovrebbero sul campo) la colpa è sua. E ha voglia di dire, come ha affermato alla vigilia della gara contro gli orobici, che un gruppo così coeso e unito non l’ha mai avuto e che basta chiederlo ai giocatori stessi oppure vedere le partite per avere una dimostrazione della compattezza della squadra: se raccogliessimo alla lettera quest’ultimo invito, ci ritroveremmo costretti ad ammirare l’esatto opposto di un gruppo compatto, ossia una sgangherata truppa di rammolliti, pieni di boria e convinti di sé fino a poco tempo fa e oggi diventati improvvisamente piccoli, impauriti e innervositi dai risultati che mancano, dalla grinta degli avversari e dall’ostilità dei tifosi. Si è ridotto a questo il Napoli, eppure Mazzarri, oltre a negare l’evidenza, anche in questa circostanza, come in tante altre, cerca di difendersi dietro i suoi monologhi vuoti e di nascondere con le sue parole fatue i suoi innumerevoli errori; è un atteggiamento, il suo, dettato forse dal bisogno di volersi proteggere preventivamente e dal tentativo di esibire un’immagine serena e tranquilla del gruppo, come a voler dire che la colpa delle sconfitte non è di chi allena, bensì dell’arbitro, degli episodi, eccetera: un atteggiamento infruttuoso, visto che l’umile Walter sarà anche preso da deliri di onnipotenza, ma è intelligente abbastanza per sapere che lo spogliatoio oramai sta scricchiolando, che probabilmente nemmeno i suoi ragazzi lo seguono più e che, quindi, è inutile servire alla stampa l’immagine falsa, per quanto amena, del Napoli felice e tranquillo durante gli allenamenti che durante la partita lascia il posto a un Napoli nervoso e arrabbiato. E se i giocatori non seguono più l’allenatore (con tutte le conseguenze ormai visibili) ciò avviene perché questi è così immerso nella sua vanagloria e megalomania e così convinto di essere diventato il miglior allenatore d’Italia al punto da aver perso definitivamente le redini della situazione, dando vita al marasma a cui stiamo assistendo; non può sfuggire a queste responsabilità e sarà costretto a risponderne a fine campionato, specialmente alla luce di una sua possibile partenza, sebbene a parziale giustificazione delle sue malefatte possa esserci la mancanza di un giocatore di esperienza capace di tenere unito lo spogliatoio, oppure di un dirigente con il compito di fare da collante tra squadra e tecnico: in quest’ultimo caso, anche la società deve fare chiarezza e apportare rimedi per il futuro prossimo.
