SCHERZI DEL DESTINO

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A volte preferiresti non avere ragione. A volte preferiresti che la logica ferrea che ti ha portato a formulare un pensiero poco simpatico venisse smentita dall’imprevedibilità del caso. Sarebbe bello, in quelle occasioni, restare felici pur riconoscendo di aver detto una stupidaggine e godersi tranquilli e beati il torto marcio. Poi però capita che questo non accada. E resti a mani vuote, con la sterile consapevolezza che ancora una volta la realtà era grama esattamente come l’avevi prefigurata. Bella consolazione.

Nemesi. Questa parola esprime la legge di compensazione che spesso il fato riserva a noi umani, nel bene o nel male. E fotografa alla perfezione quanto accaduto in queste settimane, specie negli ultimi giorni, al disastrato Napoli della (troppo) premiata ditta Marino-Reja. Il destino gioca dei tiri mancini e te li presenta nei modi più strani, quasi a volerti allegare un bigliettino con messaggio vicino al “pacco” che ti sta rifilando. Due erano stati i clamorosi sbagli commessi dal dg partenopeo nel mercato estivo. Errori nei quali il Pierpaolo azzurro ha perseverato a gennaio, con quella presunzione di infallibilità che si porta dietro da quando ha azzeccato i colpi Lavezzi e Hamsik. Gargano e Maggio, due ottimi giocatori, due grandi intuizioni di un uomo che in quanto ad acquisti fatti talvolta sbaglia ma spesso ci azzecca e anche bene. L’errore, semmai, sta nel non aver previsto la variabile sfortuna nelle sue valutazioni, nel non aver pensato che anche i suoi acquisti migliori sono uomini e pertanto soggetti alla dura legge dell’infermeria. O della squalifica, come nel caso del mai rimpiazzato Mannini. Ma questa è un’altra storia.

 

La storia di cui parliamo qui è quella di due calciatori infortunati anche perché spremuti come limoni dal loro allenatore, il quale non avrebbe potuto fare altrimenti visto che le alternative in panchina erano più scarse di quanto potessero essere i titolari su un piede solo. La colpa è di chi ha giudicato in maniera superba e superficiale il proprio lavoro, ritenendo che la rosa fosse talmente perfetta da potersi permettere di dilapidare il budget “riparatore” con un’altra scommessa, l’ennesima, invece di correre ai ripari allungando la panchina con rincalzi di valore. Datolo è un vezzo, uno sfizio che Marino non avrebbe dovuto togliersi visto che c’erano grane più urgenti da affrontare. Un vice Gargano e un vice Maggio ad esempio, guarda caso proprio di quei due calciatori che si sono infortunati quasi contemporaneamente. Lasciando Reja, che già ha le sue brutte (e mediocri) gatte da pelare, in preda ad un rompicapo di difficile soluzione. Maggio e Gargano resteranno fuori per tutto il resto della stagione, e nonostante stessero giocando malissimo è un danno di proporzioni immani, perché in rosa non c’è nessuno in grado di sostituirli degnamente. A rendere tutto meno tragico contribuisce il fatto che a metà girone di ritorno il Napoli ha esaurito già gli obiettivi stagionali; se fosse stata ancora in corsa per qualcosa la squadra azzurra avrebbe molto di cui disperarsi. Che questo scherzetto della fortuna serva da monito per Marino, che negli anni a venire sarà ancora l’architetto di questo progetto e il primo responsabile dei sogni (infranti, per ora) di migliaia di napoletani. Per costruire un organico di alto livello e non un semplice fuoco di paglia non bastano undici buoni giocatori: senza valide alternative non si va da nessuna parte e i campionati finiscono al girone d’andata. E non basterà un “l’avevo detto io” a ripagare delle delusioni i tanti tifosi più lungimiranti di lui.

 

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