QUANDO IL CUORE NON BASTA PIU’

Non che ci si aspettasse di più dal Napoli degli ultimi tempi. Comunque sia non c’è stata sorpresa alcuna nella piovosa serata palermitana. I rosanero di Ballardini hanno archiviato la pratica in poco meno di dieci minuti, travolgendo una squadra che stava rodando un modulo lanciato a sorpresa dal tecnico a poche battute dall’inizio del match. Settima sconfitta esterna consecutiva, e neppure questa è una grande novità. La novità semmai è vedere un Napoli mestamente fuori da qualsiasi zona nobile della classifica, fatto questo che non accadeva dallo scorso campionato. E ciò che più dispiace è che nessuno potrà dire che questo “sfratto” non sia meritatissimo.

Fa rabbia. Fa rabbia pensare alla squadra frizzante e imprevedibile che a inizio anno aveva ammazzato il campionato, avversarie blasonate comprese, sbriciolarsi come un grissino di fronte ai fisiologici cali fisici invernali. Fa rabbia constatare che non era certo una questione di distribuzione degli uomini in campo, numeri fini a loro stessi che sono spesso più validi su una lavagna che sul campo da gioco. Ma soprattutto fa rabbia assistere alla lampante inconsistenza tattica degli uomini chiave del centrocampo in fase di impostazione. Non è possibile guardare una squadra che punta all’Europa che prima di arrivare davanti alla porta (?) continua a masturbarsi con passaggi inconcludenti in orizzontale, palese sintomo di assenza totale di idee. I limiti di Blasi e Gargano nella costruzione sono arcinoti e quando gli altri non sono in palla non bastano neanche più il cuore e l’abnegazione. La mancanza di lucidità e i piedi grezzi come il marmo vengono tristemente a galla nella latitanza assoluta di verticalizzazioni dignitose ma fanno addirittura tenerezza in occasione di appoggi sbagliati a due metri due dal compagno. La sconfitta del Napoli a Palermo, così come gli ultimi deludenti risultati, è tutta qui. Tutta nell’assenza di un valido fulcro del gioco che sappia come innescare gli attaccanti o anche semplicemente come liberare all’inserimento il resto della squadra. Tutte le valutazioni numeriche sui tre, quattro o cinque difensori lasciano il tempo che trovano, così come sono appendici pleonastiche le invettive contro la mancanza di alternative e sulle mai troppo condivisibili decisioni del tecnico. Che piazza Maggio sulla terza linea ben sapendo che neppure da esterno difensivo ha mai reso al massimo. Che sceglie il rombo che ha rischiato di affondare la squadra all’esordio in serie B, perché la squadra non sapeva che fare, quando con un minimo di umiltà sarebbe stato possibile giocare con il centrocampo in linea. Che preferisce portare Pià in panchina piuttosto che l’unico calciatore della squadra, insieme a Lavezzi e Hamsik, in grado di cambiare in qualche modo partite comunque povere di contenuti. Tutte appendici infiammate di un corpo già gravemente ammalato di per sé, un organismo in netta difficoltà che i problemi maggiori li riscontra dove dovrebbero partire gli impulsi, nel cervello. L’organo pensante, appunto.

Ormai nessuno può più nascondersi, il Napoli è in crisi. C’entra poco la sfortuna, c’entrano poco anche i risultati scadenti. La spia della crisi azzurra sta nell’assenza di azioni pericolose, nel fatto che al povero Denis sono arrivati palloni giocabili che si possono contare sulle dita di una sola mano. Ed è davvero ingiusto prendersela con lui se non vede la porta da mesi. Una squadra senza cervello può puntare sul cuore e sui polmoni, cosa che il Napoli ha fatto finché le gambe hanno retto. Ma, per favore, qualcuno dica a Reja e a Marino che spesso solo il cuore non basta. Loro che dovrebbero essere i primi ad accorgersene sembrano essere ormai gli ultimi.

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