PASSO INDIETRO. L’ENNESIMO
Onestamente: dopo la sontuosa prova contro la Juventus nessuno si sarebbe aspettato di vedere il Napoli soccombere al Parma per la seconda volta in sei mesi. E dopo l’anonima e negativa notte del ‘Tardini’, ove gli azzurri non cadevano da ben 13 anni, si potrebbe fare ricorso a qualsiasi tipo di commento a bocce ferme. E si potrebbe dire di tutto. Che il Parma ha attuato un catenaccio innestato su un surreale 4-3-3. Che ha vinto con un solo tiro in porta (anche bello: chapeau, Parolo). Che Bergonzi ha fischiato a senso unico, o quasi, sorvolato su interventi dei ducali ai limiti del regolamento e negato un rigore a Zapata, ammonendolo finanche per simulazione. Ci si potrebbe appellare a fattori astronomici o cabalistici, in tipico Mazzarri-style. Invece niente capita per caso. Nemmeno la sconfitta di stasera.
Perché? Beh, intanto per limiti che contro Catania e Madama non si sono visti e che in parte erano già costati lo stop interno contro la Fiorentina. Nella rosa azzurra vi sono elementi che in quest’annata, quantunque abbiano messo tutto l’impegno possibile per non scadere nella mediocrità, non sono riusciti in tale intento. Due su tutti, autori stasera di prestazioni insufficienti: Hamsik e Inler. Lo svizzero ha sulla coscienza la rete subìta, giacché sul traversone di Cassani s’è perso Parolo sulla corsa, appalesando la sua solita lentezza. A dir il vero nella circostanza anche Ghoulam è arrivato in ritardo non chiudendo sulla palla filtrante per l’ex Palermo. Lo slovacco, dopo alcune prestazioni discrete, è tornato sulla terra e nella maniera peggiore: sforzi tanti, concretezza poca, e ancor meno precisione oltre a una visione di gioco totalmente eclissata, anche nelle cose più elementari. Se alle prove negative dei peggiori ci si aggiunge, poi, la giornata storta di Higuain il quadro è completo. Vabbè che nella gabbia dei difensori parmensi non c’era trippa per gatti, eppure il Pipita è apparso quasi l’ombra di sé: abulico, avulso, poco incisivo. Le sue mancate sponde spiegano le frequenti difficoltà dei compagni, Insigne e Callejon in testa, a inserirsi nelle poche azioni offensive costruite. E l’inserimento di Mertens e Zapata, per quanto meno tardivo rispetto ad altre occasioni, non è stato sufficiente. Più che le defezioni dei singoli, tuttavia, è ancora una volta l’atteggiamento complessivo della squadra ad aver lasciato a desiderare. La mancanza di cattiveria agonistica, di grinta, di concretezza, talvolta di umiltà nell’affrontare club sulla carta meno forti è un fattore verificatosi troppe volte in questa stagione. Non che sia stato una zavorra pesante, si badi; nondimeno è costato tanti, troppi punti ai partenopei. La mentalità vincente, l’occhio della tigre, il piglio della grande squadra brava a prevalere pure con una sola rete sono elementi che, ovvio, si acquisiscono col tempo. Ma anche con gli uomini giusti. Ossia, quelli che a questo Napoli mancano ancora. E che è d’uopo prendere in estate.
Dunque così si giustifica l’ennesimo passo indietro del Ciuccio. Non saranno giustificate, invece, le critiche che puntuali arriveranno su Benitez. In tanti diranno che la sua squadra è in calo fisico, che gioca male, attacca poco, difende una schifezza e bla bla bla. Dimenticano, ovviamente, un aspetto fondamentale: il progetto-Rafa è all’anno Uno, le figuracce, per quanto inammissibili e avvilenti, possono starci. E possono starci anche le critiche, purché siano sensate. Il problema è che esse saranno all’ordine del giorno da qui fino al 18 maggio. E di certo non possono venire in soccorso a un gruppo ancora in fieri che ha pagato dazio troppe volte. Non per caso, però. Tuttavia nulla è da buttare, col terzo posto da difendere e la finale di Tim Cup da disputare ad armi pari contro la Fiorentina. Ma cadute come quella col Parma, simile a tante altre di questo 2013-14, dovranno servire da riflessione a qualcuno, in modo che il giocattolo non si rompa. O no, Don Aurelio?
