L’ULTIMA SFIDA DI REJA

Poteva andarsene da vincitore, invece resta e si mette ancora in discussione. Ma stavolta, confermarsi sarà difficile.Il carro dei vincitori è a Castelvolturno da tempo, e per lui c'era spazio. Ha preferito non salirci, adesso, ben sapendo di correre un rischio: quello di non salirci mai più. Non è stata una scelta incauta, almeno per chi, a 63 anni, non avrebbe alcun motivo per rischiare ancora. La verità è che se Edy Reja non ha abdicato, avrà avuto i suoi buoni – forse ottimi – motivi. E' evidente che per lui quella panchina non scotta più.

Su una cosa i critici dovranno convenire. Reja è un uomo coraggioso, perché anche se non avesse firmato, avrebbe trovato ugualmente di che campare. E si sarebbe potuto ritirare in barca come ha fatto Marcello Lippi, passando i prossimi due anni a conferenziare negli italici atenei su come ha resistito al fuoco napoletano, di come non si sia mai ustionato (scottato sì) lavorando in un ambiente bollente. Invece ha preferito tenersi stretta quella panchina, rischiando di chiudere senza gloria la sua lunga carriera di allenatore, quella carriera che gli ha riservato le migliori soddisfazioni nell'ultimo decennio. Reja lo sa: accettando di rimanere per un altro anno a Napoli, si è impegnato – al buio – a migliorare un ottavo posto che, per molti allenatori, avrebbe assunto i connotati di un'eredità pesantissima.Reja conosce il calcio. Sa bene che qualora le cose non andassero bene, verrebbe mandato a casa senza troppi complimenti e con quella buona dose di fischi che il pubblico napoletano non risparmierebbe a nessuno. Chi dà tanto pretende altrettanto, chi ha contribuito ad (ab)battere sei delle prime sette in classifica non si accontenterà, né sarà disposto a rileggere i giornali per rievocare le reputazioni. Sarebbe stato più semplice, per Reja soprattutto, chiudere qui e salutare tutti. Sui libri di storia restano le date, sugli almanacchi i risultati: il resto conta poco, con buona pace di chi ama storiografia e tatticismo. E Reja, se si esclude l'amara finale di Avellino, ha un curriculum napoletano rispettabilissimo: due promozioni ed un ottavo posto. Come sono arrivati? I tifosi l'hanno già dimenticato. I critici no. Il Napoli-società non poteva augurarsi nulla di meglio del rinnovo di Reja, che per un'altra stagione catalizzerà attenzioni e critiche sgravando il club di un bel po' di problemi. Quella stessa società che non se l'è sentita di affidare ad un altro tecnico la gestione di un ottavo posto diventato improvvisamente scomodo. Paradossalmente, appunto. Un onore, ma anche un onere per chi occupa la panchina azzurra. Reja ha un mese per rilassarsi, e lo faccia seriamente. L'anno prossimo non ci saranno obiettivi minimi. Non basterà far bene davanti al pubblico amico. Non ci sarà l'effetto sorpresa. Ed arrivare al traguardo sarà ancora più difficile. Se centrerà ancora l'obiettivo, verrà rivalutato. Altrimenti, perderà tutto il credito accumulato in quattro logoranti anni di Napoli. Sarà – e questo è certo – la sua ultima sfida nel mondo del calcio.

Soltanto il campo potrà dire se il 24 maggio 2008 avrebbe fatto meglio a ritirarsi (scelta ovvia per qualsiasi altro allenatore nei suoi panni) premiandone viceversa il coraggio se porterà il Napoli nell'olimpo del calcio. Un "in bocca al lupo" gli va fatto, e glielo faranno tutti: somiglierà alla formalissima stretta di mano che precede le più accese battaglie sportive. Il carro dei vincitori si allontana: Reja non sale, e s'accomoda sulla sua panchina. 
 

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