L’addio peggiore per Benitez. E ora rifondazione
Il vergognoso finale di stagione del Napoli rispecchia fedelmente un’annata le cui colpe vanno divise equamente tra tutti. E chi di dovere intervenga: indovinate chi…
Chissà quanti di noi avrebbero dato vita a danze orgiastiche se l’ultima serata napoletana di Rafa Benitez fosse stata positiva. Magari avrebbero dimenticato che il terzo posto, valevole per il playoff di Champions, sarebbe stato strappato per i capelli alla 38^ giornata, per il rotto della cuffia. L’ennesima, rocambolesca figuraccia azzurra, specchio fedele di un’annata da assorbire in fretta, ci ha risparmiato questo mezzo disonore. Certo, dopo occasioni sprecate sullo 0-0 dinanzi al portiere, un rigore sbagliato e una superiorità numerica non sfruttata, verrebbe da pensare che tutta la stagione ’14-’15 dei partenopei sia stata segnata dalla sfortuna, da qualche dio contrario, dalla kabala e via dicendo. Tuttavia dobbiamo essere onesti e dirla papale papale: questo Napoli ci ha messo tutto del suo per non andare a giocarsi la coppa dalle grandi orecchie. L’ha fatto sprecando i match point contro le piccole, l’ha fatto stasera perdendo partita e faccia contro una Lazio che forse, per quanto fortunella, la Champions se l’è meritata. Se non altro, per aver sbagliato meno nel corso della stagione, creduto di più e mostrato concretezza, ma soprattutto voglia di vincere, nelle occasioni cruciali e in un girone di ritorno che per i partenopei ha visto solo croci. Va da sé che in Europa forse farà la cosiddetta corsa del ciuccio (spiegatelo alla Roma biancoceleste cosa significa quest’espressione). Questo però poco conta. Meglio pensare ai guai di casa nostra.
Chi è il colpevole? Tutti, tifosi e addetti ai lavori, sono pronti a mettere sul banco degli imputati Don Rafé come principale responsabile del disastro. Non è esente da colpe, certo. Alcune scelte tecnico-tattiche e l’essersi fossilizzato su mosse discutibili sono aspetti che forse non gli andrebbero perdonati. E’ successo anche contro la Lazio: nell’inutile assalto all’arma bianca in undici contro dieci, fino all’espulsione di Ghoulam e alla beffarda rete di Keita, uno come Zapata poteva entrare prima a fare a sportellate con i difensori biancocelesti. Dettagli probabilmente poco importanti, a frittata fatta. Tuttavia buttargli la croce addosso è inconcepibile. In primis per la sfortuna di cui parlavamo poc’anzi. E poi perché in campo non ci va lui, bensì i calciatori. I quali in questi ultimi mesi hanno mollato la presa troppe volte, eccezion fatta quando De Laurentiis ha ordinato il ritiro, l’ultimo disperato rimedio ai guai commessi dal patron in estate (tra poco ci arriviamo). E un tecnico che un giorno ha vinto la Champions ai rigori col Milan rimontando da 0-3 a 3-3 non è sicuramente uno che dimentica l’aspetto psicologico. Ergo, non ha potuto farci nulla se i suoi allievi lo hanno tradito troppe volte, a differenza invece di quanto era successo appena dodici mesi fa. Ecco, i calciatori. Troppo scarsi o poco motivati? La verità sta nel mezzo, e va riassunta in maniera molto semplice. I più forti, i campioni, i giocolieri, quelli che nel momento-clou avrebbero dovuto miracol mostrare, si sono montati la testa, hanno creduto di essere ognuno un misto di Messi, Cristiano Ronaldo, Neuer e Thiago Silva messi insieme. E alla prova dei fatti si sono squagliati come neve al sole. I loro colleghi meno abbienti, i comuni mortali, avrebbero potuto tirare fuori grinta, coraggio e attributi, a prescindere dal fatto che Benitez gliel’avesse inculcato o no. A prescindere dal fatto se a sceglierli siano stati o lui, o Bigon e lo scouting col suo consenso, hanno dimostrato che evidentemente non meritano di giocare in una piazza come quella azzurra. Una piazza che merita di più pur non avendo la stessa storia di altri club maggiormente gloriosi.
Eppure vaglielo a dire a un presidente troppo osannato, riverito e servito all’altare pur essendo iniziatore della stagione balorda. Un presidente che a partire da quel giorno a Dimaro, da quel “senza se e senza ma”, ha dato il la a un circolo vizioso che ha illuso squadra e ambiente, danneggiandoli. Si dirà che in campo non ci va lui, che in undici anni ha preso il Napoli dalla C portandolo in Europa, che il bilancio del club è in attivo eccetera. Questi discorsi saranno anche legittimi, ma oramai hanno fatto il loro tempo. E meno male che, durante la conferenza stampa di addio di Benitez, Don Aurelio ha chiesto scusa ai tifosi per quella frase in Trentino. Le scuse non bastano, non consolano dodici mesi di sogni proibiti e di frasi sparate a effetto per accendere città e squadra, per illudere un tecnico che va via senza vedere soddisfatte le sue richieste. Ha modo di rimediare, il presidente. Soprattutto ne ha l’obbligo. Il tifo, l’unico a salvarsi in questa stagione da mandare in fretta agli archivi, stasera gliel’ha ricordato, con le buone o le cattive. Per la verità se l’è presa anche coi giocatori, urlando un “andare a lavorare” che non s’udiva dai tempi di Naldi. Esagerato? No. Il pubblico non s’è imborghesito, ha semplicemente manifestato uno stato d’animo legittimo. Ha espresso sentimenti di delusione e rabbia, quelli che restano dopo questa amara notte, insieme alle macerie. Macerie che non sono colpa di Benitez,come qualcuno ha detto. Macerie che possono essere cancellate solo se il presidente in questi tre mesi avvierà la rifondazione: tecnica, dirigenziale, comunicativa. Può e deve farlo. La gente è stufa di dire sempre le stesse cose.


