LA CONVINZIONE DANNOSA
Ammettiamolo: mercoledì sera il Napoli aveva regalato a tifosi e appassionati una serata memorabile e fantastica, forse anche troppo, a tal punto che, tra danze orgiastiche, autoelogi a iosa e pensieri positivi circa la possibilità (ancora concreta) di portare a casa un trofeo dopo 25 anni, ci si è dimenticati facilmente delle grane del campionato, lì dove i Mazzarri-boys non riescono più a fare bottino pieno da tre settimane; viste le prove opache degli ultimi tempi era facile prevedere che a Genova ci saremmo dovuti aspettare un brusco risveglio, con un’ulteriore difficoltà rappresentata dalla voglia di rivincita in casa rossoblù, dopo il punteggio tennistico con cui i liguri erano stati surclassati dal Napoli poco più di un mese fa. Tuttavia quel che è successo oggi a Marassi è andato al di là di ogni più pessimistica previsione, visto che evidentemente agli azzurri oggi non bastava farci mostra dei soliti banalissimi errori in fase d’impostazione del gioco e delle incredibili ed evitabili stupidaggini commesse in fase difensiva, oltreché della testardaggine del mister che al solito cambiava modulo quando la frittata era fatta: per tutto il primo tempo e per buona parte della difesa ci siamo ritrovati dinanzi una squadra che la partita di Coppa aveva reso forse stanca, ma contemporaneamente anche troppo appagata del risultato acquisito, quasi come il campionato rappresenti per essa un elemento insignificante rispetto agli impegni extra; una squadra svogliata, spenta, timida, quasi cadaverica, davanti alla quale il buon Pasquale Marino non ha avuto nemmeno bisogno di modificare il suo credo tattico a differenza di altri allenatori, poiché all’assalto a Fort Apache del Genoa il Napoli non solo non ha saputo ma non ha nemmeno voluto opporre resistenza, sicuro di aver fatto il minimo sindacale con la qualificazione alla semifinale della coppa nazionale, o, chissà, addirittura rassegnato ad un’altra figuraccia dopo quelle più recenti.
Vista l' opinione di cui sopra, non risulta difficile dare un giudizio ai singoli: Cannavaro e Britos lenti, Campagnaro ancora imballato, Dzemaili impreciso, Hamsik dormiente fino a far mordere le mani dalla rabbia, Lavezzi testardo; fanno eccezione alla regola Gargano, lottatore inesauribile, e soprattutto Maggio e Cavani, proprio coloro che il fine dicitore Mazzarri getta nella mischia quando la contesa ha già preso la via della Lanterna, gli unici capaci di lottare fino all’ultimo secondo e di buttare il cuore oltre l’ostacolo. Spettatore al disastro (non è ancora il caso di definirlo responsabile) Vargas, che comunque nei pochi minuti disputati ci ha messo del suo per continuare a non convincere. Poco importa se nel finale il Napoli ha segnato due reti in due minuti riaprendo una partita che fin lì il Genoa aveva ampiamente meritato di vincere; poco importa se a complicare le cose agli azzurri ci si è messo finanche il caro signor Rocchi, con le sue performance e i suoi sketch da variété, bravo solo a punire interventi duri, ma non certo cattivi, con ammonizioni a destra e a manca e a sorvolare su fallacci che meritavano la nota sul taccuino; poco importa se nel secondo tempo, complice anche un comprensibile calo dei rossoblù, qualche azione in attacco e uno massimo due fraseggi buoni a centrocampo si sono visti, magari per caso. Se poi negli ultimi secondi la zona-Mazzarri si fosse ripetuta come nei bei tempi andati, il nostro giudizio finale sullo sciagurato pomeriggio di Marassi non sarebbe certamente cambiato, specie alla luce del monologo, diverso nella parole ma non nell’arrangiamento, che Mazzarri ha recitato ad alta voce nel dopogara: “abbiamo giocato bene nel secondo tempo”, “Britos non stava al meglio ma l’ho visto bene”, “gli episodi ci hanno condizionato”, “molte squadre che fanno la Champions in campionato vanno male, ed è normale” e bla bla bla. Una convinzione dannosa e nociva, quella dell’allenatore toscano: la convinzione di fare sempre bene aldilà del risultato, la convinzione di giocare alla grande e da campioni anche quando si fanno figuracce, tanto non è stata colpa nostra, ma degli episodi, dell’arbitro, del campo scivoloso, dei corsi e ricorsi storici vichiani secondo cui le squadre che vanno bene in Europa fanno pena in Italia. Una convinzione pericolosa che sta rovinando una stagione partita con grandi speranze e che (e questo è il peggio!) Mazzarri sta progressivamente trasmettendo alla squadra tutta, la stessa convinzione che (e quando mai no?) pervade da una vita il presidente De Laurentiis circa il fatto che la politica dei piccoli passi dia frutti cospicui nell’immediato e che quest’anno, con una squadra competitiva e la Champions raggiunta in carrozza, il quinto posto come obiettivo minimo vada più che bene. Si dice che il pesce puzza dalla testa: nella situazione attuale del Napoli mai antico proverbio fu più adeguato…
