CALCIOPOLI E’ UN’ALTRA COSA

CALCIOPOLI E’ UN’ALTRA COSA src=

Orrore e scandalo, soprattutto per i tifosi della Juve. C’è da capirli: non deve essere il massimo della vita vedere la propria squadra del cuore mandata all’inferno per aver condizionato anni e anni di calcio e poi scoprire che anche chi si professava “onesto” ha i suoi scheletri nell’armadio. È fisiologico un rigurgito di rabbia cieca, di quelli che ti portano a sparare a zero su tutto e tutti più per frustrazione pregressa che per cognizione di causa. Un po’ come quando tuo padre viene arrestato per omicidio e ti scandalizzi se un ladro di galline è ancora a piede libero. 

Chiariamoci, qui nessuno pensa che Moratti e i suoi siano le Vergini Immacolate, ma di certo c’è da fare una grossa proporzione fra i misfatti emersi dalle telefonate degli interisti e quelli del Mammasantissima Moggi. Intanto il tono delle chiamate. La confidenza e l’arroganza con cui Lucianone si rivolgeva ad arbitri e designatori lasciava intendere una confidenza che andava ben oltre il rapporto cordiale fra capi di stato. Insulti, parolacce e tanta, tantissima spocchia. Roba da intoccabile, non proprio il “Dottore Buonasera” di Galliani o di Moratti a Bergamo. Si potrà obiettare che a stabilire l’entità della condanna non deve essere l’antipatia di una persona, bensì  l’entità del reato. E qui casca l’asino, perché travolti dall’emozione del presunto complotto in molti hanno tralasciato un particolare tutt’altro che irrilevante. Le persone coinvolte. Facchetti, Meani, perfino Cellino, si rivolgevano ad uno, massimo due referenti. Paolo Bergamo e Pierluigi Pairetto, i due designatori arbitrali delegati a “sorteggiare” i direttori di gara per la giornata successiva. Tutto ciò che emerge da quelle chiamate è che il sorteggio non fosse proprio bendato ma anzi che ci fosse una mano fin troppo consapevole nella scelta degli arbitri da inviare. Questo è di per sé una grossa infrazione al regolamento, ma nei fatti rappresenta una mancanza di rispetto soltanto per le piccole squadre, costrette a sorbirsi gli scarti di arbitri e guardalinee perché Inter e Milan (e la Juve no?…) dovevano avere il meglio sulla piazza.

Moggi no. Moggi non aveva solo rapporti cordiali con i direttori. Moggi aveva un’intricata rete di schede svizzere con le quali comunicava con tutti. Ma proprio tutti. Dal primo degli arbitri all’ultimo dei guardalinee. Impartendo ordini e non chiedendo favori. Paragonare i briefing di Big Luciano con le chiacchierate di tutti gli altri è fantascienza pura, la già citata differenza fra un omicida e un ladro di galline. Per fortuna che i giudici non sono tifosotti inesperti e portano avanti il loro lavoro con consapevolezza e scrupolo, motivo per cui il processo sta avanzando a passi così lenti. Meno male che non si lasciano influenzare da alcuni personaggi e una certa stampa faziosa e interessata a gettare capi e capetti nel calderone del magnamagna generale. Da qui al “Tutti colpevoli, nessun colpevole” il passo è veramente breve. Dire che “Moggi era come tutti gli altri”, come dichiarato dal suo amico Bergamo, equivale ad alleggerire di un macigno la posizione dell’ex dg juventino. Ma rappresenta anche una falsa testimonianza grossa quanto la villa a Posillipo dell’imputato. Molti hanno sbagliato e tutti dovranno pagare proporzionalmente, ma non confondiamo la pagliuzza con la trave: Calciopoli è un’altra cosa, e chi spera di farla franca provando a pilotare perfino le intercettazioni sarà meglio che se ne faccia una ragione quanto prima.

 

Translate »