BENEDETTI TITOLARISSIMI

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Napoli-Dnipro, una partita come un ottovolante: un saliscendi continuo tra vantaggio, rimonta subìta, rimonta ribaltata e colpo del ko definitivo. Un saliscendi tra speranza riaccesa, poi spenta, poi di nuovo riaccesa. Un’oscillazione continua tra depressione ed euforia, tra rabbia e gioia. Un match contradditorio che mostra, contemporaneamente, pregi e difetti di questa squadra, più specificatamente della sua versione-bis, o europea che dir si voglia. Doveva essere vittoria, e vittoria è stata. Ma quanta sofferenza! Quante emozioni, sia negative che positive! Quante volte il nostro cuore ha battuto troppo velocemente! Messa da parte la componente emotiva, ci è consentita la possibilità di recuperare lucidità mentale e analizzare esaurientemente questa vittoria importantissima, a un certo punto insperata.

L’inizio era stato promettente. Gli azzurri hanno iniziato la contesa, se non con il gioco, almeno con la testa e con il cuore dei tempi migliori. Si sono ritrovati in vantaggio dopo soli nove minuti, per di più con una ficcante combinazione a tre tocchi Inler-Dzemaili-Cavani finalizzata lietamente dal Matador, anche se il tutto è stato facilitato dalla controra di Odibe. E per un’altra decina di minuti, in controtendenza con le ultime uscite, hanno finanche combinato qualcosina di buono in fase di costruzione del gioco e in attacco, divorandosi due occasioni con Dossena, lisciando con l’irrecuperabile Vargas e creando apprensione con Inler da fuori area. Poi, riecco il Napoli dei giorni recenti, il Napoli abulico e pigro che si accomoda sul divano e concede ore d’aria a iosa ai suoi avversari. E che fa grandi i piccoli e gli umili, soprattutto gli sconosciuti. Come Fedetskiy, che sul calcio d’angolo di Aliyev sfrutta la spizzata di Odibe (guarda un po’…) e il pisolino di Fernandez e della difesa azzurra tutta. Al rientro delle squadre in campo qualcuno di noi, ingenuamente, avrà pensato: “O Signore, fa’ che questi ragazzi ritrovino il vigore perduto”. Le ultime parole famose: tempo sette minuti e Vargas, emblema dell’imperfezione e della limitatezza di questo Napoli europeo, si fa soffiare la boccia innescando la discesa in avanti degli ucraini che consente a Zozulya, altro Carneade dei Carneadi, di battere il molle Rosati. Quel che si ammira da quel momento in poi, fino all’80’, è uno spettacolo avvilente, con protagonisti i nostri deboli e scoraggiati giocatori, i quali commettono gli errori più marchiani e rendono nulli pure i minimi tentativi a loro disposizione. Senza patire soverchie difficoltà, il Dnipro sentitamente ringrazia, e non rinuncia spesso a cercare, di riffa o di raffa, il goal che manderebbe i tifosi partenopei anzitempo a tavola. Eppure Mazzarri, pur nelle sue divoranti ansie cerebrali, ha gettato nella mischia Hamsik e Insigne, che un po’ del dinamismo e della verve che tutti conosciamo la danno, mettendo in apprensione la difesa ucraina. Ci vuole, però, un lampo del Matador tuttofare, all’80’ appunto: un calcio di punizione magistrale, una pittura, per dirla alla Francesco Repice, una parabola che non dà scampo a Lastuvka. Ma il pari non basta. Occorre fare bottino pieno, ed ecco che, da un calcio d’angolo apparentemente non battuto bene, Insigne crea (e come crea!) di tacco, Hamsik prosegue con un traversone bello giusto e ancora Cavani insacca di prima: la mano dei titolarissimi. La stessa mano che si era vista, seppur a spanne, nella prima frazione, anche con Inler e l’assistman Dzemaili, e che si mostra in tutta la sua nitidezza ancora con l’attaccante uruguagio, che furbo e scaltro sfrutta un'altra dormita dei difensori del Dnipro e chiude il conto. E chi gliel’aveva passata la palla? Hamsik, of course. A dimostrazione del fatto che questa squadra andrà anche avanti a forza di cuore e nervi, seguendo l’inerzia, positiva o meno, della gara, ma ha in organico quei giocatori di valore indiscusso, così diversi, così lontani dalle loro mediocri o inesperte riserve, che in match decisivi come questi non possono né devono mancare. Anche a rischio di stancarsi e di farsi male seriamente. E se ciò dovesse accadere, tuttavia, sappiamo bene a chi imputarlo; è inutile ripetere queste requisitorie ogni volta, tanto più quando si riesce a vincere.

E ora, che succede? Succede che restano due partite da giocare, soprattutto succede che, grazie al colpaccio interno dell’AIK sul PSV, il Napoli s’è riguadagnato la seconda piazza. Inutile dirlo: bisogna fare il coup de théatre sia in Svezia che al San Paolo con gli olandesi. Ma contro gli scandinavi non sarà affatto una passeggiata. A Stoccolma ha perso una signora squadra (termine tanto caro a Mazzarri) come quella di Advocaat, figuriamoci se non possa accadere anche a noi, corna facendo. Non tanto per il clima, bensì per una questione puramente tecnica. Relativa agli uomini di Alm, gruppo ben collaudato. Ma anche relativa ai nostri. Stasera abbiamo avuto la lampante dimostrazione che il turnover radicale è inefficace e deleterio, ragion per cui è giocoforza suggerire all’umile Walter di affiancare alle timide e poco valide seconde linee i più forti, i più bravi. In Svezia, come contro il PSV. Turnover non significa schierare una seconda squadra, ma, più semplicemente apportare qualche cambio senza snaturare il complesso del team e danneggiarne il valore complessivo. E preservando gli uomini migliori, quelli decisivi, capaci di cambiarti la partita nel momento in cui tutto sembra voglia andare in fumo. Una mossa semplice, facile da comprendere anche per un uomo in preda ai suoi tormenti come il nostro allenatore. Una volta appresa tale mossa, i sedicesimi non ce li toglierebbe nessuno.

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