CELLINO NON CANTA PIU’
Non si è ben capito come mai, ma da quando il Napoli è tornato in A c’è una squadra che fin dal primo istante non ci è proprio andata giù. Forse non è un caso se proprio contro di loro De Laurentiis ha ricevuto un amaro battesimo all’esordio in massima serie, una sconfitta interna per 2-0 che rovinò la festa azzurra per lo storico ritorno nel calcio dei grandi. Da quel momento in poi è stata una specie di maledizione, come se esistesse una sorta di aura malvagia che impedisce al Napoli di battere il Cagliari. E potete giurarci che per molti tifosi partenopei una vittoria in Sardegna varrebbe quanto una all’Olimpico o a San Siro.
A maggior ragione per tutto quello che rappresenta Cagliari in questo momento. Tornati negli inferi gli odiati veronesi, i sardi sembrano essersi arrogati il diritto di diventare i nemici ufficiali del Napoli e soprattutto di Napoli. Quegli insulti razzisti, quella parola “terrone” pronunciata a più riprese dai cagliaritani fa quasi tenerezza se la si sente in una regione che della terra fa la sua prima ragion d’essere. Un po’ meno tenerezza fanno gli ululati contro Zuniga: quelli possono provocare solo rabbia e disgusto, a Cagliari come a Milano come a Timbuctu. Ma se c’è un motivo più di ogni altro per il quale un risultato in terra sarda fa tutto un altro effetto è per strappare quel ghigno idiota dalla faccia di cotanto padrone. Massimo Cellino sembra aver fatto dell’antinapoletanità il suo baluardo ideologico, manco fosse un leghista di Treviso che vaneggia di una razza perfetta destinata a dominare il mondo dal basso della nebbia padana. Proprio lui che in quanto cagliaritano se varcasse la frontiera nordista sarebbe accolto a fischi e pernacchie. Ostenta la sua antipatia verso Napoli non appena si presenta l’occasione, con il savoir faire proprio del signorotto di paese che si è “fatto” da solo, creandosi una posizione economica senza preoccuparsi anche di quella socio-culturale. Che tristezza assistere al delirio di un uomo che dovrebbe dare l’esempio ai buzzurri che popolano il suo stadio, invece di mischiarsi a loro come l’ultimo dei pecorari. Che fastidio guardare un arricchito che fa il gradasso con gestacci tutt’altro che eleganti, prendendosi gioco degli avversari, apostrofati peraltro con termini che non si addicono a uno nella sua posizione. Ma purtroppo i soldi non fanno lo stile. Per questo noi poveracci preferiamo evitare di scendere al livello del signor Massimo Cellino, altrimenti avremmo potuto suggerirgli un paio di idee su dove mettere quei ditini impertinenti che ha mostrato ieri.
Anche perché noi poveracci, noi “terroni”, qualche soddisfazione abbiamo preferito togliercela sul campo. Ci basta uscire dal Sant’Elia dopo aver letteralmente dominato la partita per settantacinque minuti, salvo lasciare al Cagliari quei quindici minuti di follia che ci sono costati tre gol. Ci accontentiamo di aver fatto saltare sulla poltroncina il tracotante Cellino, di avergli fatto accarezzare il sogno di un’altra serata di bagordi e insulti per poi dargli una mazzata sulla nuca a tempo abbondantemente scaduto. Il gol di Bogliacino è molto più di un punto guadagnato. Rappresenta la soddisfazione immensa di aver regalato un dispiacere a chi sa solo vomitare odio e rancore immotivato, incarna la gioia di aver messo al proprio posto un popolo sgradevole senza neanche scendere al loro livello. Niente insulti, niente violenza: c’è più gusto a vincere sul campo sportivo, e al di là del risultato il Napoli ieri ha vinto di sicuro. Poi il Cagliari verrà al San Paolo e lì, speriamo, ci sarà anche spazio per i tre punti. Allora sì che Cellino dovrà smettere di fare lo sbruffone, e quel giorno sarà un piacere immenso tappargli la bocca con il suo stesso dito medio.
