ZACCHERONI: "IL SAN PAOLO MI METTE LA PELLE D’OCA"

"…perché Alberto Zaccheroni esibisce un’ Udinese sontuosa. I bianconeri tengono la difesa altissima (Bertotto, Calori, Pierini), quasi confusa con i quattro del centrocampo (Helveg, Giannichedda, Walem, Cappioli). E’ un muro mobile e scattante di sette uomini, contro il quale tutto rimbalza". Con queste parole un giornalista della "Gazzetta dello Sport" dipingeva l’Udinese di Alberto Zaccheroni, un pregevole affresco da fare invidia alle pinacoteche allestite dai soliti potentati. E infatti quell’Udinese si inserì fra Juventus, Inter e Milan, conquistando un terzo posto che poteva essere secondo o primo se qualche episodio arbitrale non avesse sbarrato la strada ai bianconeri friulani per spianarla ai bianconeri piemontesi. "Zac" arrivò ad Udine dopo una lunga gavetta ed ottenne subito due traguardi importanti: il pieno recupero dell’attaccante tedesco Bierhoff, capocannoniere con 27 reti, e il passaporto per l’Europa, novità assoluta per il Friuli. Poi il passaggio al Milan che, dopo un biennio di assoluta mediocrità, con Zaccheroni tornò clamorosamente allo scudetto. I corsi e ricorsi storici di Giovan Battista Vico un giorno potrebbero trovare riscontri anche a Napoli, laddove Pierpaolo Marino è approdato dopo aver lavorato con Zaccheroni nell’Udinese più bella di sempre. A proposito, Zaccheroni, il livello di spettacolo nel calcio moderno, un calcio che mangia sempre più gli allenatori, si sta abbassando. Quanto contano il gioco e l’allenatore in una squadra?"L’allenatore è importante quanto il talento dei calciatori. Il calcio è come un’azienda, gli atleti fatturano miliardi. C’è bisogno di un uomo che sappia gestirli, e che sappia dimenarsi fra le tante variabili della quotidianità del pallone: tifoseria, ambiente, pressioni. Altrettanto importante è il calciatore, ma quando non c’è organizzazione è impossibile che il calciatore di talento riesca a rendere e a giocare bene. Io non uso mai la parola spettacolo, perché il bello è soggettivo. A me piace un calcio tecnico, fatto di equilibrio e fluidità di gioco, ma può essere spettacolare anche una squadra con una difesa robusta ed un ottimo contropiede. Aggressività e talento sono componenti che hanno la stessa importanza, in fondo il gioco del calcio premia chi riesce ad andare facilmente alla conclusione senza concedere troppo all’avversario".Sembra che vincere non basta più, bisogna anche convincere. Ma non le pare che di idee nuove se ne vedano poche?"Queste diatribe vengono create dai media. Il calcio vive di momenti: un tempo tutte le squadre giocavano alla stessa maniera, oggi è difficile che due squadre giochino nello stesso modo. L’innovazione è importante e c’è sempre stata. In serie C fui il primo a giocare a zona, in serie A fui il primo a proporre il 3-4-3. Il modulo va adattato ai giocatori che si hanno, ma il teorema in Italia si è spesso evoluto in chiave difensiva. Mi spiego: se nel 3-4-3 gli esterni si abbassano, la difesa diventa "a cinque" e a centrocampo, per evitare l’inferiorità numerica, si abbassano anche gli esterni offensivi che diventano tornanti. In conclusione si passa ad un 5-4-1, e così tante squadre oggi giocano con una sola punta. In Italia abbiamo allenatori preparatissimi dal punto di vista tattico, ma che spesso non vengono messi in condizione di lavorare per l’ansia da risultato". Già, i presidenti. Lei ha lavorato con gente come Zamparini, Pozzo, Berlusconi. Che impressione ha avuto dello sfogo di De Laurentiis che ha colpito anche Reja?"I presidenti sono grandi imprenditori e, come gli allenatori, hanno una spiccata personalità. Il presidente De Laurentiis ha parlato di provocazione, ma il suo sfogo poteva portare a risultati diversi da quelli che ha poi ottenuto la squadra. L’allenatore non va mai messo in discussione, almeno ufficialmente. Delegittimare il suo ruolo può portare alla costruzione di alibi e alla perdita di motivazioni da parte del gruppo che non crede più nel suo leader. Chiaro che se tirando le somme si pensa che non sia adatto agli obiettivi previsti, il manico può essere cambiato, ma prima non va messo in discussione". Veniamo alla "sua" Udinese. Come mai questo progetto sta naufragando? "L’Udinese ha costruito la propria fortuna attraverso la cultura del lavoro, e dal ’95 tutti quelli che ci sono passati hanno fatto molto bene. L’organico è tuttora importante: a mio avviso si è trattato di un calo di tensione. Le squadre che nel girone di andata hanno deluso sono state quelle che non hanno saputo gestire le risorse mentali fra campionato e Coppa. Non è facile mantenere alta la guardia se si hanno impegni ogni tre giorni". C’è stato un giocatore, avuto nell’Udinese o in qualche altro club, che si porterebbe con sé nella sua prossima squadra? "Molti me li sono ritrovati ma non li ho richiesti. Non fa parte della mia filosofia. Se però devo fare un nome, allora dico Giuliano Giannichedda". Lei conosce Pierpaolo Marino, in Friuli avete lavorato insieme. Il "miracolo Udinese" può essere ripetuto a Napoli?"Parliamo di due città totalmente diverse. Ad Udine avrei voluto vincere lo scudetto, potevamo farlo nella stagione del terzo posto ma il confronto diretto con la Juve fu viziato da un errore arbitrale. Senza quell’episodio, chissà come sarebbe andata a finire. Per vincere, però, serve la giusta tensione e la giusta pressione. A Udine la gente è contenta del terzo posto, ci si sente appagati. Udine non è Napoli, dove il problema è di carattere opposto e l’eccessiva pressione rischia di togliere energia a quelli che restano ragazzi prima che uomini. Se non hai grande personalità, le gambe non girano. Ecco perché il Napoli dovrà sempre acquistare calciatori che siano prima uomini di forte personalità, come li ha avuti nelle stagioni d’oro. Ad Udine dicevo ai miei ragazzi che dovevano stupire, a Napoli il mio amico Reja dice loro che devono vincere, perché in C c’è l’aspettativa del 4-0 per ogni partita". A proposito, Zaccheroni, lei ha sempre detto che nel calcio contano società forte, giocatori forti e poi viene il tecnico con le sue idee. Un indizio per vederla, prima o poi, a Napoli? "Mi reputo una persona molto ambiziosa, e quel che cerco è una squadra competitiva da prendere ad inizio stagione e non in corsa. In A ho collezionato 251 panchine, e dopo gli ottimi risultati con Udinese e Milan, prese ad inizio stagione, quando sono subentrato alla Lazio o all’Inter ho trovato situazioni difficili ma siamo comunque riusciti a migliorarci. Vorrei mettermi nuovamente in discussione, e ho anche detto chenessun allenatore può definirsi di alto livello se non ha lavorato almeno un anno a Napoli. Quando entrai per la prima volta al "San Paolo", giuro che mi venne la pelle d’oca. Una sensazione che non ho provato neanche a Barcellona. Un’emozione indescrivibile, incredibile".Belle parole. Lo sa che il contratto di Reja scade fra un anno, quando il Napoli potrebbe essere in serie A? Zaccheroni allora sarebbe pronto per continuare il progetto… "Le situazioni preparate prima non sono mai positive, e le cose migliori arrivano quando meno te l’aspetti. Adesso Napoli ha un grande presidente, un ottimo direttore generale ed un bravo allenatore. I contratti sono fatti anche per essere allungati, e non vedo perché Reja non debba restare se riuscirà a portare il Napoli in A. Ma il calcio è bello perché non sai mai quel che può riservarti il futuro…". Anche uno stadio che ti mette la pelle d’oca.

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