Tatticamente – Verticalità e riaggressione della palla: Osimhen distrugge il tiki-taka

Il Napoli liquida anche la pratica Udinese in scioltezza assoluta. Sta benissimo la squadra di Gattuso, che continua a superare gli ultimi esami di questo campionato. L’Udinese era un ostacolo medio-basso: medio per la caratura dell’avversario, che vede nel solo De Paul l’unica individualità sopra la media; basso per le motivazioni dei friuliani, che praticamente non ne avevano. Di fronte, invece, gli uomini di Gotti hanno trovato un Napoli che ha ripreso continuità anche in casa, dopo il mezzo passo falso con il Cagliari. La differenza l’ha fatta sostanzialmente il numeri di reti segnate – cinque a una – e quindi una maggiore efficacia sotto porta, quelle che con i sardi era un po’ mancata. Per il resto, la difesa, ancora orfana di Koulibaly, non ha mai sofferto le insidie di De Paul e compagni: prodezza di Okaka a parte, da parte dell’Udinese non si contano altri tiri verso lo specchio di Meret. Mentre è stato un vero e proprio assedio partenopeo. Il Napoli gioca un primo tempo di controllo, all’inizio sembrava quasi non voler affondare troppo il colpo, consapevole che prima o poi, con pazienza, pericoli ne avrebbe comunque creati. Gattuso conferma l’undici tipo di questo momento, con due soli cambi rispetto a La Spezia, Lozano per Politano – oramai consueta questa staffetta – e Bakayoko al posto di Demme, preservato in vista di Firenze. Inamovibile Osimhen, l’uomo in più. Anche senza segnare, il nigeriano si prende la copertina del match, per quante cose riesce a fare all’interno di una stessa partita: bagaglio di conoscenze tecnico-tattiche ricchissimo da parte dell’ex Lille, che ancora una volta rappresenta un martello per le difese avversarie. Il Napoli, non a caso, sblocca una gara che poteva complicarsi, affidandosi al suo uomo-chiave, al suo centravanti fisico e – udite, udite – tecnico. Sì, perché il controllo orientato di Osimhen in occasione del tap-in vincente di Zielinski è roba di altissima classe, da Higuain, Lewandoski, insomma da numero nove di un certo livello. Osimhen ha messo la firma su ciascuna rete del Napoli, al netto della quinta – il gol di Insigne -, che infatti arriva quando era già stato sostituito. O per un tiro deviato in calcio d’angolo, o per un pressing indemoniato che ha costretto Musso a sbagliare il rinvio, è grazie all’iniziativa, alle movenze, al furore agonistico del suo attaccante principale che il Napoli va in gol. Significativo, e sicuramente più importante di tutti, il primo dei cinque gol, per il tipo di azione da cui nasce: fino a quel momento gli azzurri stavano faticando a penetrare tra le maglie bianconere, che ben stavano chiudendo tutti gli spazi, partendo con un baricentro molto basso; immediatamente, però, il Napoli cambia passo, si rende conto di dover cambiare piano-gara, e la squadra comincia a giocare esclusivamente per Osimhen. Palla ad Osimhen, che tanto qualcosa – in qualunque modo – succede: o perché direttamente il nigeriano prende palla e fa reparto da solo; o per un rimbalzo in seguito ad un duello vinto/perso – importa relativamente -, che suscita apprensione. Per un secondo, proviamoci a mettere un attimo nei panni dell’avversario: Osimhen trasmette ansia per quanti movimenti fa, per quanto balla continuamente sulla linea dei difensori, per la velocità e l’irruenza fisica con cui contende qualsiasi pallone – anche quelli più banali e che qualcun altro non riuscirebbe ad addomesticare.

Anziché inseguire un inutile e stucchevole palleggio, il Napoli “taglia corto”, va dritto al sodo, dunque verticalizza per Osimhen per rompere il dispositivo friuliano che fino a quel momento stava tenendo botta – nella prima mezz’ora ci si ricorda della sola palla-gol di Di Lorenzo. È cambiato nettamente il modo di giocare di Gattuso, che ha capito come esaltare le caratteristiche del giocatore più pagato, dell’investimento da 80 milioni di euro, che stava rischiando di non valorizzare appieno, nonostante fosse stato lui stesso – il tecnico – a volerlo a tutti a costi. Anche prima dell’infortunio alla spalla, Osimhen non era così integrato nei meccanismi di gioco. Infatti, avevamo spesso sottolineato come la squadra dovesse imparare a giocare per lui, ma che Osimhen avesse ancora dei margini di miglioramento molto ampi per mettersi perfettamente al servizio dei compagni. In questo momento, il matrimonio funziona alla grande: Osimhen ed il Napoli sembrano fatti l’uno per l’altro.

 

Dopo il lancio di Bakayoko, Osimhen salta insieme a Becao e – come si evince dall’immagine – non riesce a spizzare il pallone. Tuttavia, è proprio Becao a fare involontariamente la sponda a Zielinski, che restituirà il favore al compagno. Nonostante, dunque, un tentativo apparentemente vano, Osimhen è stato capace comunque di impensierire, con un semplice movimento, un difensore forte fisicamente come lui. Osimhen è quella torre, in certi frangenti, che forse al Napoli mancava dai tempi del ‘Pampa’ Sosa: se non la prende lui, qualcuno degli altri quattro attaccanti segue l’azione e riesce ad alimentarla con un assist o direttamente con un tiro in porta. Fondamentale, quindi, la presenza dei trequartisti, in particolare del sotto-punta alle spalle di Osimhen: Zielinski in quella posizione è indubbiamente un merito di Gattuso, che lo ha riportato alle origini, quando proprio all’Udinese esordì da trequartista.

 

Osimhen è un attaccante ‘ottimista’, che ha coraggio, che è totalmente convinto dei suoi mezzi, che crede di poter raggiungere anche palloni impossibili. Non occorre neanche mettergli la palla col contagiri, lui in qualche modo ci arriva e costringe l’avversario a fare perlomeno altrettanto. In questo caso sono ben due i difensori che vanno a lottare con lui che, nonostante l’inferiorità numerica, si butta a capofitto a caccia del taglio di Insigne. Qualche mese fa certamente questo scatto in profondità sarebbe stato comodamente assorbito, ma soprattutto non assecondato dai compagni, che avrebbero preferito ricominciare l’azione partendo come al solito da dietro, vanificando gli sforzi di Osimhen ma soprattutto permettendo all’avversario di risistemarsi e mettersi nuovamente dietro la linea della palla. Col tempo, invece, Gattuso ha reso la sua squadra più verticale e insegnato anche a giocatori tipo Insigne – abituati a palleggiare, ad accompagnare l’azione con un giro palla maggiormente ragionato – come servire correttamente un attaccante diverso da tutti gli altri e scardinare difese chiuse.

 

Come a La Spezia, il contributo di Osimhen è esteso anche alla fase di non possesso: instancabile nel pressing, sfrutta la sua velocità per correre verso chiunque, difensore prima e portiere poi. Appena s’accorge, infatti, del retropassaggio a Musso, Osimhen parte immediatamente: l’abitudine dei portieri del calcio moderno, poi, di non scaraventare sempre la palla o sulle punte o in tribuna, ha favorito il successivo recupero palla di Lozano, che è un altro di quelli abili bel pressare in alto in quanto notoriamente rapido e freddo davanti alla porta. Anche l’arma del pressing, fatto in maniera organizzata e con i giocatori giusti, è decisamente un indicatore positivo del finale di stagione brillante di questo Napoli.

 

Alessio Pizzo

Studente in Comunicazione Digitale, appassionato di calcio, tecnologia e buone letture. Vanta già esperienza giornalistica con 100 *100 Napoli

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