Tatticamente – Il Napoli di Ancelotti “scopre” i propri limiti

Morto e sepolto il Napoli di Sarri, a “Marassi” è ufficialmente nato il Napoli di Ancelotti. L’ha definitivamente sancito il sonoro, netto e da non sottovalutare ko di Genova. Col doppio cambio degli esterni, insieme, all’intervallo, e prima ancora col turnover, benchè minimo, leggermente anticipato rispetto al previsto – in fondo era un impegno isolato dagli infrasettimanali di Coppa: due mosse rivoluzionarie – specie la contemporanea bocciatura di Verdi e Insigne: un’assoluta novità la sostituzione al 45’ -, che hanno certificato l’oramai avvenuto (era nell’aria) passaggio di consegne. Tra l’uno e l’altro. Tra il vecchio e il nuovo. Mentalità e gestione gli elementi cardine. È la storia di Ancelotti che ce lo insegna: c’era da aspettarselo. Certo, se il buongiorno si vede dal mattino… allora altro che buongiorno: questa è notte fonda! Un Napoli penalizzato da se stesso, che continua a palesare evidenti problemi mentali, oltre che tattici, che in sostanza perde contro un avversario – la Samp – che l’aveva evidentemente studiata meglio. La rivincita di Giampaolo, successore ideale di Sarri, e lo schiaffo morale a De Laurentiis che gli aveva preferito Ancelotti. Che a fine gara la vede così: “Nella ripresa abbiamo lottato, nel primo tempo no”. Vero. Ma la “diagnosi” del buon Carlo manca di alcuni pezzi. Nessun cenno a questioni di campo, a come sono stati presi tre gol da una squadra più debole della passata stagione, ai cambi e alla sterzata – forte, decisa – con la quale ha deciso di soppiantare il Sarrismo mettendoci sù la più classica delle pietre tombali. Ancelotti ha parlato d’atteggiamento. Soltanto di questo. Di “mentalità”, si direbbe: un termine tanto usato, abusato, quanto talvolta stucchevole e parecchio fine a se stesso. Ma il punto è un altro: di quel tanto vituperato “bel gioco” di ‘Sarriana’ memoria è rimasta ben poca traccia. Lazio, Milan e poi Samp: un fiore che a poco a poco s’è appassito; la triste parabola del “Sarrismo” e l’avvento d’un qualcosa di nuovo. Che per adesso, appunto, è semplicemente una “cosa”. Anonima, abulica, che avrà certamente bisogno di crescere, e che meritatamente si lecca già le ferite. Un vero e proprio taglio (col passato). E quando ti tagli esiste sempre il rischio di farsi e di far male. Davvero scarsa la pericolosità offensiva, paradossalmente ancor più preoccupante delle sei reti incassate in tre partite. Su diciotto tentativi, quattro appena hanno centrato il bersaglio, tutti gli altri le gradinate: di miracoli di Audero o pali scheggiati non se ne ricordano. Non eccezionali le prestazioni dei singoli: i tocchi di Milik si contano sulle dita d’una mano, Insigne troppo svagato e svogliato, e il malcapitato Verdi stecca la prima; meglio, ma siamo comunque su livelli ben al di sotto delle aspettative, Mertens e qualche spunto interessante di Ounas, che ha avuto il merito d’averli praticamente dribblati tutti senza però imbroccare mai il servizio vincente. Lenti, poi, e compassati a centrocampo. Stavolta il solo Allan non basta. Male Zielinski e Diawara.

 

Ha tutto il tempo davanti per migliorarsi e crescere sicuramente, e a 21 è giusto perdonargli qualche errore. Ma che Diawara non sia nè un fenomeno nè un regista propriamente detto è noto. Tant’è che quando c’era da costruire e comandare il gioco contro le medio piccole, guarda caso gli veniva puntualmente preferito Jorginho. Un ruolo, quello, d’assoluta delicatezza, dove sta faticando anche un calciatore indubbiamente più tecnico e talentuoso del guineano, vale a dire Marek Hamsik. E se poi un allenatore bravo come Giampaolo gli incolla addosso Saponara – il vertice alto del suo centrocampo – allora il compito si complica ulteriormente. Un play sopra la media, però, è capace d’affrancarsi da qualsiasi gabbia (marcatura): trova il modo giusto per liberarsene. Un paio le potenziali soluzioni a disposizione di Diawara: o personalità nell’andare incontro al portatore Mario Rui; oppure avrebbe potuto abbassarsi sulla linea dei centrali difensivi dettando la sponda arretrata al compagno. Ignorate entrambe, Diawara sceglierà la strada più semplice, più “comoda” e francamente inutile: rimanere nell’ombra, in un nascondino buio e lontano dov’è impossibile venire a cercarlo; lentamente “morirà” asfissiato dalla trappola di Saponara.
Brutta la disposizione degli azzurri in occasione del frangente immediatamente precedente al raddoppio di Defrel. Troppo spazio e tempo a Bereszynski di ricevere, galoppare sulla fascia ed infine crossare al centro. Fuori posizione Mario Rui: è dinanzi a Koulibaly invece che largo, di lato. Pigro Insigne: oltre al consueto (ma che sta mancando) contribuito qualitativo, Lorenzo è un pò meno presente anche nella fase di non possesso; guarda la palla e si perde l’uomo alle spalle che gli sfila via (vedi Calabria, settimana scorsa). Possibile allora che Ancelotti possa anche provare a cambiare schieramento sin dall’inizio: la squadra ha bisogno di compattarsi e ridurre le distanze tra i reparti, rinforzando le due cerniere esterne con la richiesta d’un maggiore lavoro “sporco” e di sacrificio alle due ali, che vedrebbero ridotto il proprio raggio d’azione, diventando a tutti gli effetti dei tornanti da “binario”, a “tutta fascia” (alla Callejon, per intenderci).
Da rivedere le successive disposizioni dentro l’area di rigore. Vanno a vuoto tutti: uno scompenso collettivo che denota poca reattività ed una ingenuità da polli. Questione di contatti con l’attaccante vicino e d’un pizzico di sagacia che sfugge. Determinante, dopo il mancato intervento di Albiol che lascia girare Quagliarella, il disperato quanto vano tentativo di Hysaj di contrastare l’avversario e coprire il più possibile il pallone. Una velleità dell’albanese che credeva di poterci mettere la cosiddetta “pezza”, la zampata decisiva atta a rimpallare e ribattere la sfera, e che invece gli fa perdere quei centimetri fatali da Defrel che andrà a realizzare il 2-0 e dunque a chiudere virtualmente i conti. Un difetto strutturale che s’evidenzia se c’è da proteggere bassi la porta. Emblematica la desuetudine del Napoli, nel modo di comportarsi, di fronte ad alcuni momenti specifici d’una gara. Quali ad esempio quelli in cui bisognerebbe saper soffrire, stringere i denti e contenere i danni grazie alla superiorità dei singoli. Sarà il Napoli dei duelli individuali, piuttosto che d’una sapiente e perfettamente oliata organizzazione. Il rischio è enorme: la “scoperta” – un tempo sottaciuta – dei propri limiti.

Alessio Pizzo

Studente in Comunicazione Digitale, appassionato di calcio, tecnologia e buone letture. Vanta già esperienza giornalistica con 100 *100 Napoli

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