Un’altra partita che mostra le diverse facce del Napoli di Ancelotti. Che a Lecce decide consapevolmente di rischiare, con un ampio turnover ed un nuovo schieramento tattico. Otto cambi rispetto al Liverpool, nove se consideriamo lo spostamento di posizione di Fabian Ruiz. Che al Via del Mare abbiamo probabilmente visto nel suo ruolo naturale, quello che ormai sta cominciando ad occupare in pianta stabile soprattutto in Nazionale: da mezzala destra, in un centrocampo a tre. In attacco due mezze punte e un centravanti: un trequartista – certamente atipico – come Milik, insieme a un fantasista – Insigne -, più rapido del polacco e accentrato rispetto al solito; e davanti, come terminale ultimo, Ancelotti punta ancora su Llorente, questa volta dal primo minuto. Leggasi 4-3-2-1: Ancelotti, dunque, senza timori di “smentite”, torna all’antico rispolverando il suo tanto amato “Albero di Natale”, il sistema che al Milan gli ha regalato le maggiori fortune. Con interpreti diversi, evidentemente: deresponsabilizzare Milik dall’ossessione per il gol e dai “corpi a corpi” in piena area di rigore, arretrandolo di qualche metro – tra le linee -, alle spalle di una prima punta più avanzata – un po’ come con la Polonia gioca (giocava) in tandem con Lewandowski -, potrebbe essere la soluzione per recuperare mentalmente un calciatore ad oggi sfiduciato e che deve ritrovare la forma migliore dopo un infortunio che l’ha costretto a rinunciare a tutta la fase finale della preparazione estiva e all’inizio della stagione. Fuori dai giochi per gran parte del match, un suo movimento risulta però determinante per la rete dell’1-0: mossa vincente di Ancelotti che sfida i possenti difensori del Lecce sul piano dei chili e dei centimetri invece che in velocità: finta di andare incontro al portatore di palla, scatto in profondità che ruba un tempo all’avversario che a quel punto non lo prende più, la palla carambola quindi sui piedi di Llorente che non può sbagliare.
La fisicità del Napoli che riempie il campo con due calciatori morfologicamente simili per creare due “uno contro uno” e vincere di forza – piuttosto che con il fraseggio corto – i duelli con gli avversari: un aspetto che mancava, una variante strutturale che arricchisce il bagaglio di possibilità tecnico-tattiche del Napoli, un plus valore che potrebbe tornare molto utile alla squadra di Ancelotti quando le partite si sporcano, gli spazi sono ridotti e le giocate nello stretto dei vari Insigne, Mertens e Callejon potrebbero – pertanto – risultare complicate.
E la differenza tra Ancelotti ed un qualsiasi allenatore integralista la vedi in questi momenti: sceglie di ruotare, ma non s’accontenta di cambiare la singola pedina col suo alter ego pur di rimanere legato ad una sua (unica) idea di calcio; piuttosto preferisce sfruttare un appuntamento decisamente abbordabile, certamente meno complicato degli altri, per scoprire strategie alternative (al copione, al piano “A”) ed ampliare ulteriormente la dimensione europea dei suoi. Che per imparare a superare molti dei propri limiti dovevano sostanzialmente rendersi solo conto che oltre al Sarrismo c’era dell’altro e che senza Sarri non si sarebbe mica smesso di giocare; anzi adesso alcuni “rischiano” persino di valorizzarsi in un contesto ideale alle loro caratteristiche. Milik è proprio uno di questi: non è mai stato un “nove” da 4-3-3, ha invece sempre dato la sensazione di poter dare qualcosa in più accanto ad una vera prima punta, che tenga “impegnato” qualche difensore e attraverso un lavoro di sponde liberi lo spazio necessario agli inserimenti dei compagni.
Rispetto al 4-4-2, le incursioni da dietro previste da un sistema di gioco con un attacco a tre punte, sono appannaggio sostanzialmente degli attaccanti. In tre per dividersi lo specchio di porta. Nella fattispecie: Llorente sul primo palo, Insigne sul secondo, Milik sull’asse del portiere. In particolare: Insigne attacca lo spazio tra il terzino destro ed il centrale di destra, Llorente disturba quest’ultimo e l’altro centrale che l’affianca, infine Milik è quello più arretrato per consentirsi, in caso di ribattuta fuori area, di caricare il suo mancino lontano dalla pressione dei difensori. Il Napoli deve abituare le proprie “bocche di fuoco”, soprattutto Llorente che nel colpo di testa ha il suo cavallo di battaglia, ad un maggior numero di palle aeree provenienti dalle fasce: Ancelotti ama spingere sulle corsie e praticare un calcio che si sviluppi in ampiezza. Di Lorenzo lo aveva fatto molto bene con la Sampdoria, confezionando un assist al bacio per Mertens (primo palo), Mario Rui ci era quasi riuscito col Liverpool, pennellando sempre per Mertens (secondo palo) un gol che solo un miracolo di Adrian aveva evitato. Devono crescere, invece, sia Malcuit che Ghoulam: non precisissimi quando alzano il pallone per raggiungere direttamente un attaccante pronto a battere a rete.
Due linee da tre: in mediana gli intermedi molto larghi, mentre in attacco due rifinitori disposti in orizzontale alle spalle del centravanti. Ancelotti gioca coi numeri e mischia le carte: il suo Napoli è pronto per giocare in qualsiasi modo. Con Samp e Liverpool aveva preferito la verticalità di Mertens e Lozano con le ali che venivano dentro al campo – in un caso – e che nell’altro – per bloccare Mané e Salah – rimanevano larghe. A Lecce gli unici esterni sono stati invece quelli bassi, i terzini: interpreti diversi, Malcuit e Ghoulam, che comunque hanno garantito la medesima spinta che chiede Ancelotti. Dopo la difesa a “tre e mezzo” e la diatriba tra 4-4-2 e 4-2-3-1, il Napoli sceglie di vestirsi anche 4-3-2-1: Ancelotti ha spiegato che il numero dei centrocampisti a disposizione – quattro più Gaetano – è necessario per consentirgli sia un centrocampo a due che a tre. Ma a prescindere dal modulo, a Lecce abbiamo scoperto che tra Zielinski, Elmas e Fabian, teoricamente tre interni fatti della stessa materia, il vertice basso è sempre Zielinski. E’ il vero play-maker del Napoli – d’altra parte l’azione del gol del vantaggio nasce da un rimpallo che lui stesso vince in mezzo al campo – con gli altri due ai suoi fianchi – entrambi a piede invertito: il dinamismo e l’esplosività di Elmas, un destro a sinistra; il mancino, a destra, di Fabian che tende spesso a rientrare sul piede forte come in occasione della galoppata del suo momentaneo 3-0.
Il senso della posizione di Fernando Llorente, che vive di cross e palle vaganti in area. Non farà mai gol belli, però è essenziale, pronto all’uso: pochi fronzoli, pochi tocchi (34), risultato doppietta. Sente la porta, vorrebbe il pallone già sul cross di Ghoulam, e invece deve attendere ancora un pò, il tempo della girata di Insigne sulla quale lo spagnolo è tenuto in posizione regolare da almeno due giallo-rossi. Bravo a non finire in fuorigioco, attento e ottimista nel credere fino in fondo ad una conclusione positiva dell’azione, nonostante non fosse cominciata come “sperava” in prima battuta. Il braccio alzato, che notiamo nella lente d’ingrandimento, attira su di sé le marcature di due giocatori del Lecce che, distratto da un bomber rapace che fiuta l’opportunità di segnare, si dimentica di Insigne che calcerà indisturbato.
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