Il calcio è notoriamente dei giocatori: è evidente che i risultati dipendano dalle giocate dei singoli. Ma è altrettanto vero che quando una squadra si trasforma completamente da un tempo all’altro tempo esiste una figura che ha deciso per loro, che gli è entrata nella testa. Il Napoli del Mapei, nella ripresa, ha mostrato più anima e voglia di portare a casa il risultato di quanto non avesse fatto in tutta la precedente gestione con Ancelotti. Allora gli allenatori contano, eccome se contano. Incidono prima nella testa e poi nella parte tattica: sono determinanti per stabilire a che frequenza deve girare una squadra. E Gattuso lo ha detto chiaramente cosa vuole dal suo Napoli: una formazione compatta, raccolta in 25 metri, aggressiva e che giochi un calcio di palleggio, di qualità nel fraseggio. Ci ricorda tanto Sarri. Gattuso ha battuto uno degli avversari probabilmente più ostici – insieme alla Lazio delle ultime giornate – che si potessero incontrare per organizzazione collettiva: l’ha sofferto moltissimo, forse non l’ha vinta nemmeno meritatamente per quanto il Sassuolo avesse prodotto almeno fino al pari di Allan – un’invenzione, e la testa ha fatto crick. Però sono quelle vittorie che servono, che cominciano a tracciare una linea: Gattuso sceglie per la seconda volta consecutiva lo stesso schieramento, con i medesimi uomini – al netto dell’infortunato Koulibaly – che aveva perso la “prima” col Parma. Eppure è andato avanti, dritto verso la propria strada, inseguendo delle idee. E Gattuso le ha chiarissime, le idee: 4-3-3 dall’inizio alla fine, stavolta. Il cambio coraggioso per acciuffare la vittoria, gli era costato almeno un punto contro i ducali: a Reggio Emilia ha invece dato credito, per intero, al modulo che più gli piace, cambiando solamente le pedine, ruolo per ruolo. Importantissima una mossa: l’ingresso di Mertens, che sicuramente ha dato vivacità ad un attacco piatto: il belga si è dimostrato più funzionale al tipo di calcio che Gattuso intende proporre. Non a caso, anche una settimana fa, Milik andò in gol grazie alla presenza di Mertens che gli ronzava intorno: se i reparti sono vicini e l’azione che parte da dietro favorisce le sue caratteristiche da brevilineo, il Napoli non può fare a meno del miglior goleador della sua storia. Col Sassuolo, a un certo punto, Mertens ha fatto praticamente reparto da solo. Decisiva anche la sostituzione di Fabian: con lui, il Napoli perde in dinamismo, regala troppi palloni in uscita ed è lento nelle transizioni. In attesa del mercato di gennaio, è Allan il regista meno adattato del lotto: garantisce copertura e con due mezzali dinamiche come Zielinski ed Elmas il Napoli ha potuto contare comunque su un centrocampo di piedi buoni e discreta velocità. Poi esistono gli episodi: Allan realizza una prodezza da centravanti e l’inerzia si sposta dalla parte del Napoli. Il Sassuolo, che nel momento più favorevole aveva sprecato un paio di clamorose occasioni per raddoppiare, comincia a calare, il Napoli inserisce forze fresche e prima dell’autorete nel finale assistiamo ad un gol annullato, la traversa di Callejon e qualche conclusione fuori mira di Mertens: dopo lo zero nella casella dei tiri in porta del primo tempo, che lasciava presagire all’ennesima domenica amara, il Napoli ritrova improvvisamente la capacità di rendersi pericoloso pur mantenendo un certo equilibrio, pur non rischiando più nulla, ma continuando a insistere con il piede puntato sull’acceleratore.
Sembra quasi un 4-2-3-1 mascherato, con Allan che si alza per occupare una inedita posizione da seconda punta, e Zielinski e Fabian rimasti a coprire la mediana. Mezzo gol è merito di Milik, che pur non avendo disputato una partita indimenticabile, fa la cosa giusta nel momento giusto: una finta che elude ogni possibile tentativo di anticipo da parte dei due centrali di De Zerbi per liberare lo spazio all’inserimento di Allan. A quel punto il brasiliano si veste da numero nove e compie una girata in un fazzoletto, alla Higuain: protezione del pallone con il corpo, che rimane incollato alla sfera, e destro all’incrocio che non lascia scampo al portiere. E’ interessante la costruzione della manovra: Gattuso, a differenza di Ancelotti, anche in presenza di un centravanti fisico come Milik, preferisce creare presupposti da gol sempre cercando di passare attraverso un calcio fatto di combinazioni nello stretto. Ama partire da dietro, con le linee che lavorano di reparto, assecondando le caratteristiche dei giocatori più tecnici, che vogliono la palla tra i piedi.
Situazione totalmente opposta: nel primo tempo, in una delle numerose circostanze di sofferenza, in cui il Sassuolo ha preso parecchio campo ed avrebbe avuto la possibilità di far male, il Napoli attacca con troppi uomini e per il momento negativo che sta vivendo non può assolutamente permetterselo: si scompone facilmente. Notiamo come tutte e tre i centrocampisti fossero andati ad accompagnare in avanti lasciando solamente i difensori – in tre, invece che quattro, tra le altre cose – a rinculare contro altrettanti giocatori neroverdi che hanno tagliato a fette il dispositivo azzurro. Allora eccolo il correttivo apportato da Gennaro Gattuso: alla luce del fatto che la squadra non vive un momento brillante neanche dal punto di vista atletico, ragion per cui le risulta difficile coprire ampie zone di terreno senza le dovute coperture preventive, ha fatto capire alla sua squadra che pur dovendo rischiare qualcosa bisognasse attaccare con criterio, nonostante la situazione di punteggio potesse imporre di affrettare in qualche caso la giocata col rischio di vedere aumentare il margine d’errore oltre che il numero di appoggi – anche semplici – sbagliati e di conseguenza del pericolo di esporsi a situazioni di grosso affanno e dispendio d’energie. Il Sassuolo è una squadra che quando comincia a giocare guadagna ritmo, inizia a dominare con una serie di tocchi e linee di passaggio difficili da interrompere con un pressing poco organico: per fortuna del Napoli, non ha chiuso la partita quando doveva e poteva ed ha pagato dazio la differenza di valori tecnici che sul lungo periodo ha premiato le scelte di Gattuso, anche in virtù degli innesti provenienti della panchina, dove persino Hysaj ha offerto il suo modesto contributo.
Ci ha provato Gattuso a trovarlo un regista diverso da Allan: l’aveva individuato in Fabian Ruiz. S’è sbagliato, o almeno s’è accorto che non è esattamente questo il momento più adatto in cui un giocatore in sfiducia come lo spagnolo può pensare di tenere in mano le redini del centrocampo: non ha la testa, oltre che il passo – ma quello è un limite abbastanza evidente e assoluto, svincolato da qualsiasi ragionamento tattico – per interpretare correttamente un ruolo così delicato, soprattutto quando affronti una squadra come il Sassuolo che ti viene a prendere alto e non ti consente di ragionare con calma. Però è apprezzabile il tentativo di Gattuso di “approfittare” del fatto che gran parte dei giocatori che allena conosca determinati concetti per passare repentinamente dal consueto lancio lungo che con Ancelotti si vedeva al primo accenno di pressing avversario al provare a giocare “palla a terra”. Con personalità, il tecnico s’è insediato per restituire ad un gruppo storico, giunto a fine ciclo, la voglia di tornare a divertirsi con un calcio che li ha resi “vincenti”, unici.
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