REJA- MOU: SFIDA IMPOSSIBILE
Proviamo a fare un tuffo nel passato, tornando per un attimo con la mente al lontano 1963. Siamo a Lucinico, paese che conta poco più di quattromila anime ed affonda le sue radici sulla riva destra dell'Isonzo. Ultima frazione che si incontra percorrendo la statale che collega Udine a Gorizia. Terra friulana che ha vissuto in prima persona, filtrando con i propri occhi, gli orrori della guerra e le gravi conseguenze che essa porta. Una normalità da riconquistarsi giorno dopo giorno, ricostruendo mattone dopo mattone la quotidianità perduta. E' questa la culla da cui è stato svezzato Edy Reja a soli diciassette anni. Il bar Tirol, luogo di ritrovo per tutti gli abitanti, il teatro dell'evento. Il rifugio dove scambiare qualche parola prima di fare ritorno a casa o per guardare la partita tutti insieme, che allora i televisori erano un bene di lusso che nessuno poteva permettersi da queste parti. Grazie all'intermediazione del dirigente sportivo Paolo Mazza, Reja firma il suo primo contratto da calciatore vero, passando dal piccolo San Lorenzo alla Spal, che allora significava serie A. Una decisione presa con il sano realismo e la pacatezza che ancora oggi tutti gli riconoscono. Nessun volo di fantasia ma la consapevolezza di poter vivere una bella avventura e se fosse andata male pazienza, avrebbe fatto ritorno a Lucinico, riprendendosi il posto di apprendista elettricista lasciato. Aveva solo diciassette anni e non sapeva che quella firma avrebbe in realtà cambiato la sua vita, tenendolo lontano da casa per lunghissimi anni, fino a ridisegnargli il viso, facendogli assumere quei connotati che tanto lo avvicinano a Clint Eastwood. Dodici anni da calciatore tra Spal, Palermo, Alessandria e Molinella, con cui esordisce anche come allenatore. A Ferrara vive i cinque anni più belli, conoscendo l'amico Fabio Capello e l'amore della sua vita, la futura moglie Livia. Una discreta carriera da centrocampista tutto grinta e fisico, caratteristiche che sembra apprezzare anche oggi da allenatore. Ciò che non poteva sapere in quel lontano 1963 era che, mentre iniziava la sua vita calcistica, a migliaia di chilometri di distanza una nuova vita terrena prendeva forma.
A Setubal, città gemellata proprio con Udine, che si snoda sull'estuario del fiume Sado, affacciandosi sull'Atlantico, nasceva Josè Mourinho, prossimo avversario del Napoli di Reja. Non è previsto nessun gemellaggio domenica, però. Solo una cordiale stretta di mano tra due uomini agli antipodi, e non solo per una questione anagrafica. Perchè Zè, come vengono chiamati i titolari del nome Josè in Portogallo, ha un vissuto diametralmente opposto al vecio di Gorizia. Fin da piccolo ha avuto una grandissima passione per il calcio ma le qualità tecniche non erano tali da permettergli una carriera quantomeno discreta e questo l'ha capito subito, a soli quindici anni. Meglio abbandonare le vesti di terzinaccio vecchio stampo per concentrarsi sullo studio, campo in cui invece eccelle. Diventa istruttore Isef ma non abbandona la passione per il pallone. Capisce che la sua reale dimensione potrebbe essere quella di allenatore, grazie all'esperienza diretta vissuta attraverso il padre Felix. Zè vive la realtà dello spogliatoio, redigendo lunghe e dettagliate relazioni sui giocatori avversari. E' così bravo da aiutare il padre a conquistare la promozione con l'Uniao de Madeira, osservando per una settimana ed individuando tutti i punti deboli dell'ultimo avversario, l'Estrela Amadora. Muove i primi passi nelle giovanili del Vitoria e nel frattempo consegue il patentino Uefa in Scozia. Il percorso era già tracciato, bastava solo riconoscerlo spazzando via la polvere che nascondeva la strada. Una lunga strada apparentemente in discesa perchè se parti con un certo Bobby Robson, in una società importante come lo Sporting Lisbona, non puoi che considerarti fortunato. Un bell'inizio, non c'è che dire, soprattutto se confrontato a quello di Edy Reja, protagonista di una lunghissima gavetta cominciata dal gradino più basso, dalla serie D con la squadra bolognese del Molinella. Mentre Mourinho partiva in discesa, il furlan arrancava dunque in salita.
Proprio a Lisbona Zè inizia a scrivere quella che, aggiornata quotidianamente, è considerata oggi la Bibbia di Mourinho, il diario in cui, fin dagli inizi, annota tutte le sedute di allenamento. Un tesoro inestimabile da cui attingere in qualsiasi momento. La svolta arriva nel 1996, quando segue Sir Bobby Robson al Barca in qualità di traduttore. Ed è un anno importante anche per Edy Reja, impegnato nella lunga rincorsa al calcio dei big. Vince infatti il suo primo torneo cadetto con il Brescia a sei anni dall'esordio in serie B come tecnico del Pescara, presieduto dal vulcanico Scibilia. Ma la massima serie deve attendere a causa di dissidi con Corioni che lo costringono a lasciare i bresciani in pieno ritiro estivo. Problemi di organico, si dirà. E allora giù di nuovo nell'inferno della serie cadetta con il Torino e una promozione svanita nello spareggio thrilling di Reggio Emilia contro il Perugia. Mentre Mou procede a gonfie vele divendendo il secondo di Van Gaal, sempre al Barcellona. Il tecnico olandese, autentico guru degli anni novanta, conquista Zè che attinge a piene mani da quell'esperienza, soprattutto per quel che concerne la filosofia di gioco e il suo Porto ne è un chiaro esempio. La sua consacrazione come allenatore, dopo la breve parentesi di nove gare al Benfica e l'ottimo quarto posto con i portoghesi dell'Uniao Leiria.
Quel Porto capace di vincere Campionato, Coppa Uefa e Coppa di Portogallo al suo primo anno grazie a tre ingredienti fondamentali, come ama spesso ripetere: motivazione, organizzazione e spirito di squadra. Perchè il successo arriva tramite il lavoro quotidiano nel quale Mourinho si immerge totalmente, tanto da consegnare ad ogni suo giocatore relazioni e video sui prossimi avversari. Metodo che gli permette di vincere ancora il Campionato e pure la Champions League, iniziando così ad attirare l'attenzione dei più prestigiosi club europei. E mister Reja? Si riporta vicino a casa, provando a salvare per i capelli il Vicenza a cavallo del nuovo millennio ma non vi riesce e così decide di riportarlo nella massima serie stradominando il torneo cadetto con un tridente atomico formato da Zauli, Comandini e Luiso, un marchio di fabbrica riproposto tre anni dopo anche a Cagliari. Nel mezzo una nuova retrocessione dalla serie A e le infelici esperienze di Genova e Catania. Una carriera che sembra dunque prendere una brutta strada, quella che conduce inesorabilmente al viale del tramonto. Invece Moruinho sbarca in Inghilterra, cedendo ai petro-rubli di Abramovich, esponente più in vista dei nuovi ricchi d'Europa. Continua a vincere e diventa sempre più personaggio mediatico, autoproclamandosi "Special One" nella prima conferenza stampa e innescando una serie di polemiche con i colleghi della Premier. Definisce Wenger un voyeur e Benitez un raccomandato, attirandosi le antipatie di gran parte dell'opinione pubblica. Ciò che invece colpisce in positivo è la sua capacità di fare gruppo con i calciatori, di farsi ben volere da tutti, dimostrando di essere un leader nel suo spogliatoio, un capitano non giocatore. Vince due campionati e conferma di sapersi adattare a piazze e calciatori differenti. Il suo Porto era di chiara matrice vangaaliana, evidente la flessibilità del disegno tattico ma l'assoluto rigore del metodo di gioco. Perchè può cambiare il modo di occupare gli spazi ma non l'interpretazione della gara, fatta di un gioco elaborato in fase di possesso e conquista alta del pallone attraverso il pressing, in fase di non possesso. Il primo Porto disegnato con il 4-3-3 e il secondo ritoccato con il rombo e il trequartista dietro le due punte. In Inghilterra ritorna al vecchio modulo ma ha anche il coraggio e l'intelligenza di cambiare l'approccio alla partita perchè il pressing alto può risultare un suicidio in un campionato più veloce e fisico come quello della Premier. Decide allora di coprire maggiormente la difesa con un pressing più basso e, soprattutto, localizzato in determinate zone del campo. Meglio far densità davanti alla propria area – nel Porto Costinha e nel Chelsea Makelele- e sfruttare la verticalizzazione verso Drogba, abbandonando pure il palleggio ragionato. Idea vincente perchè l'ivoriano garantisce profondità come pochi in Europa e i risultati di quella squadra ne sono una dimostrazione lampante.
Reja sbarca invece a Napoli al posto di Ventura, tornando in terza serie e mettendosi in gioco totalmente a sessant'anni. Ripropone da subito il 4-3-3, cancellando quel 3-5-2 che ne avrebbe fatto le fortune negli anni a venire. La quadratura del cerchio arriva però affiancando due punte che sembravano incompatibili – Calaiò e Sosa- che invece lo trascinano in serie A, finalmente da protagonista.Si sente ringiovanire anno dopo anno grazie ad una squadra di giovani e talentuose promesse da far crescere e obiettivi sempre più invitanti da centrare. Conserva l'entusiasmo di quando Galeone lo chiamò a Pescara, vent'anni fa, per curare il settore giovanile ma anche quel sano realismo che gli fa firmare il rinnovo del contratto ogni anno, magari a ritiro già cominiciato. Un uomo d'altri tempi a cui basta una stretta di mano per concludere un accordo. Anti-personaggio per antonomasia, risulta impossibile accostarlo a Mourinho, uomo mediatico per eccellenza, titolare di un contratto super blindato a nove zeri. Polo nord e polo sud di un calcio, così bello ed imprevedibile, da metterli di fronte domenica a San Siro, quando tutte queste differenze non significheranno più nulla. Quando conterà solo il campo e le loro capacità di allenatore. Lo speciale contro quello normale. Di sicuro nessuno dei due un pirla.
