PICCOLO TORINO

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Nella vita non c’è nulla di peggio che investire tutto te stesso in un progetto in cui credi fermamente e vederlo inesorabilmente toppare, qualsiasi cosa tu faccia. Ti accorgi che le puoi tentare tutte ma ogni tua velleità sarà spenta sul nascere dall’ombra inesorabile del fallimento. È un po’ la storia del vecchio Napoli, quello che dopo l’epopea maradoniana prese a barcamenarsi fra stagioni deludenti ed annate assolutamente maledette, nelle quali presidenti e allenatori sembravano re Mida al contrario e tutto l’oro che toccavano diventava un volgare pezzo di ferro. Potevi prendere il fresco capocannoniere del campionato (un Protti qualunque); potevi anche ingaggiare il mediano della Nazionale (un Rossitto d’occasione); potevi cambiare l’ordine di qualsiasi addendo, il risultato non sarebbe mai cambiato: flop senza appello e arrivederci al prossimo anno. Nel quale, se possibile, sarebbe andata anche peggio.

La Serie A attuale vanta un altrettanto fulgido esempio di società fantozziana, che le prova tutte ed investe fior di milioni per poi vedere tragicamente affondare l’ambizioso progetto di inizio anno. Trattasi del Torino del “povero” Urbano Cairo, che dopo i soliti presuntuosi proclami estivi si ritrova ancora una volta invischiato nella zona calda del campionato, con sempre più scarse possibilità di recupero. Come ogni anno il presidente granata, coadiuvato stavolta da un grande dirigente come Rino Foschi, ha messo insieme una rosa di nomi altisonanti senza però alcun progetto tattico valido. Serviva un attaccante ed è arrivato Bianchi, uno che ha sempre dimostrato un ottimo fiuto del gol. Per non farsi mancare nulla gli è stato affiancato il gemello Amoruso, calciatore declinante (conta ormai 35 primavere) ma comunque sulla breccia fino allo scorso anno. Giovani promettenti (Abate e Dzemaili su tutti) associati a grandi vecchi che dovevano fungere da amorevoli chiocce: gli ingredienti per la stagione col botto c’erano tutti. E invece il Toro il botto l’ha fatto ancora una volta nel motore, ritrovandosi in panne a metà stagione e, mai come quest’anno, in forte rischio di permanenza in massima serie. Grattando la superficie si scopre però che non è tutta jella quella che ha colpito l’ambizioso progetto granata È pur vero che alcune ciambelle sono inspiegabilmente riuscite senza buco (su tutti gli stessi Bianchi e Amoroso); è verità che alcuni giocatori stanno predicando nel deserto (Abate e Sereni, giusto per citarne due). Ma è anche lampante che nel costruire la nave granata Foschi e Cairo hanno colpevolmente lasciato delle piccole ma decisive falle. Ovvio che poi ci si trovi con l’acqua nello scafo e con mezza barca già in fondo al mare. Ad esempio non c’è un esterno sinistro offensivo e tutte le ali destre continuano a pestarsi i piedi vicendevolmente. Così come scarseggiano i terzini destri e si è sempre costretti ad adattare lungagnoni centrali, con risultati mai lusinghieri. Manca un regista degno di tal nome, Corini va ormai per i quaranta e dietro di lui c’è il vuoto. I centrali difensivi sono tutti alti e lenti e si fanno infilare ad ogni palla in profondità. Rosina è un equivoco tattico e caratteriale mai risolto che ha sempre creato più problemi di quanti ne abbia mai risolti. Ed  tutto dire che sia il capitano nonché leader della squadra…

Dulcis (ma neanche tanto) in fundo c’è l’interminabile telenovela relativa all’allenatore. Patron Urbano continua a deliziarci con il gioco delle tre carte, alternando tecnici a libro paga da anni che ormai hanno fatto e disfatto la valigia infinite volte. De Biasi e Novellino sembrano due militari inglesi che di tanto in tanto effettuano il celeberrimo cambio della guardia, riprendendo il filo del discorso da dove  l’avevano lasciato poco tempo prima, come nulla fosse. Giusto per non addentrarci in discorsi di dignità professionale che ci porterebbero ad essere anche più cattivi del solito, a rigor di logica appare difficile che i calciatori, soprattutto i più anziani, possano fidarsi ancora di un generale che hanno visto destituire svariate volte. Per fortuna, e sembra almeno una manifestazione di buona volontà per non reiterare i diabolici errori del passato, stavolta al posto di Novellino è arrivata una faccia (semi) nuova, il "cuore Toro" Camolese, con la speranza che almeno lui possa fornire la scossa che le minestrine riscaldate difficilmente avrebbero potuto dare. Meglio tardi che mai. Auguri.

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