IL CODICE DIABETICO
Ma voi davvero avreste rinunciato all’unico difensore buono che ha l’Italia per una stupida questione di coerenza? Sì, ok, c’è anche Barzagli. Sì, ok, quello Chiellini è della Juve e quindi è brutto (soprattutto), sporco e cattivo. Sì, ok, forza Argentina e chissenefrega dell’Italia. Ma potete giocarvi la testa che appena sentirete odore di semifinale (se lo sentirete, non è per niente scontato) inizierete a saltare sui divani, così come nel 2006, e allora vi accorgerete di quanto sia stato giusto portarci li bruttaccione ai Mondiali.
Chiariamoci, sulla carta Prandelli l’ha toppata alla grande. La storia della gomitata involontaria regge quanto i discrezionalissimi criteri del nostro cittì quando si inizia a fare sul serio. Nella parabola di Cesarino e Giorgione ci sono 150 anni di Italia e di italiani. Ipocrisia, buonismo ed amore per la pagnotta. Forti con i deboli e deboli con i forti. Si perde da soli e si vince tutti insieme. Siamo così, dolcemente timorati, ma quando entrano in ballo i fatti nostri non guardiamo in faccia a nessuno. Ma più che la chiamata del Chiello nazionale, la vera fotografia di ciò che siamo è questo famoso codice etico. In effetti la Nazionale del dopo Lippi-due, quando eravamo ad un passo dallo scannarci l’uno con l’altro, aveva proprio bisogno di un predicatore, uno dalla faccia pulita che portasse un po’ di pace nel mondo del nostro calcio. Un papa Francesco degli allenatori, insomma. Devo ammettere che mi è sempre piaciuto Prandelli, sia come tecnico che come uomo. Una persona sicuramente buona, un uomo forte come il marmo che ha saputo reagire da grande nonostante la prematura scomparsa della moglie. Uno che è arrivato tardi ma nonostante ciò ha saputo fare le cose per bene, senza fretta e senza mai strafare. Sereno e rassicurante, e non si può dire che di calcio ne sappia poco. Più che un papa un papà, insomma. Ma così come i nostri papà fa parte di una generazione ibrida, di uomini in conflitto fra l’ossequio religioso a ciò che dovrebbe essere e la “raggia” yuppie del profitto a tutti i costi, comunque sia. Da lì quella scelta balorda di volere una squadra di chierichetti, di voler educare prima di allenare, di voler trasmettere solo messaggi positivi. A patto che fossero amichevoli o che fosse gente sostituibile come Criscito e Osvaldo, perché ai Balotelli e ai De Rossi il buon Prandelli ha perdonato tutto il perdonabile.
Ma del resto perché non avrebbe dovuto? Diciamoci le cose come stanno, i buoni sentimenti sono belli, ma per vincere serve qualcos’altro. Serve la furbizia di Chiellini, la coattaggine di De Rossi, la schizofrenia con sprazzi di genialità (sempre più radi, a dire il vero) dei Balotelli e dei Cassano. La Nazionale del 2006, quella che ha fatto godere TUTTI (ortodossi e “argentini”, potete giurarci), veniva da un vissuto disastroso, fatto di magagne ed imbrogli, con un clima da Royal Rumble che dava l’idea di esplodere da un momento all’altro. Poi sappiamo bene com’è andata a finire. E allora vi rifaccio la domanda: davvero avreste rinunciato all’unico difensore buono che ha l’Italia per una stupida questione di coerenza?
