CARO MARCELLO, E ADESSO CHI DEVE ANDARE A LAVORARE?
Il giorno dopo l’epica figuraccia sudafricana, i pensieri sono tanti. Il primo va a quei tifosi della Nazionale che a Parma, il 14 ottobre 2009, osarono intonare “andate a lavorare” all’indirizzo di una Nazionale che era sotto contro Cipro, salvo essere ripresi dal cittì a partita conclusa e a risultato ribaltato. Erano tempi in cui il “bello di Viareggio” poteva permettersi il lusso di alzare la voce, di giudicare “vergognosi” quei cori contro chi era in campo e che invocavano gli esclusi, insultando lo stesso allenatore che a sua volta invitava i suoi contestatori a trovarsi una fatica. Rivogliamo Enzo Bearzot: almeno lui si dimise rinunciando a quattro anni di contratto, non certo a quattro giorni.
“Siamo campioni del mondo” urlava Lippi, in un delirio di onnipotenza permessogli da una Federazione capace, in quattro anni, di perdere tutto quello che si poteva perdere, compresa la faccia. Con la sua aria da politico che tutto sa, il presidente Giancarlo Abete ha firmato soltanto limpidissimi disastri. Sotto la sua gestione, l’Italia si è candidata due volte per ospitare i campionati Europei del 2012 e del 2016, ed in entrambi i casi è stata fragorosamente battuta peggiorando la sua posizione. Ha partecipato ad un Europeo, ad una Confederations Cup e ad un Mondiale. I risultati, meglio non ricordarli. Rivogliamo Guido Rossi: almeno lui una Coppa l’ha alzata.
Le colpe sono di tutti, a partire da una Federazione che ha concesso al commissario tecnico di tutto e di più. Di fronte a certi atteggiamento di spocchiosa arroganza, Abete sarebbe dovuto intervenire energicamente e ricordare a Lippi che la Nazionale non è sua, ma di tutti gli italiani che, oggi , si sentono umiliati per l’allucinante gestione del cittì. Un selezionatore che non ha mai chiaramente spiegato i motivi di certe esclusioni, e che si è permesso di offendere il pubblico (ovvero, gli sportivi che con la loro passione contribuiscono al pagamento del suo oneroso stipendio). Tutto ciò, soltanto perché era campione del mondo. Rivogliamo Giovanni Trapattoni: almeno ispirava simpatia, e fu buttato fuori da un ciccione col fischietto in bocca.Lippi avrebbe potuto e dovuto restarsene nella sua Viareggio a fare il pensionato di lusso. Adesso si sarà pentito di essere tornato in sella, perché nel calcio quando si vince qualcosa provare a ripetersi è sempre rischioso. Se ne sarebbe andato da eroe, e invece se ne va da brocco. Da onnipotente ad impotente: ha preso in giro tutti sulle potenzialità di un gruppo costituito, per metà, dall’ossatura di una squadra che in campionato ha fatto ridere l’Italia, e che in Sudafrica l’ha fatta piangere. Buffon, Cannavaro, Chiellini, Marchisio, Camoranesi, Iaquinta e mettiamoci pure Pepe: cosa hanno dato costoro all’Italia? Nulla. Anzi, hanno tolto parecchio, se si pensa che la difesa ha subito cinque gol e l’attacco ne ha segnati quattro. Vogliamo Jean-Claude Blanc capodelegazione: almeno, sapevamo a chi dare tutte le colpe.
Il rammarico è che gente come Quagliarella, Palombo e Bocchetti hanno pagato il fatto di non aver vestito la maglia bianconera nell’anno dei record (negativi) della Vecchia Signora. Qualcuno, ieri, si è chiesto se l’allenatore della Juve fosse realmente Del Neri, perché sulla panchina di una squadra (quasi) tutta juventina vedeva inquadrato sempre e soltanto Lippi. Adesso non c’è tempo per piangere sul latte versato. Bisogna ricostruire, subito. E mandare a casa un po’ di gente, smettendola di intervistarla per quel che è stato fatto. Nel calcio conta soltanto il presente, ed il futuro. In bocca al lupo a Cesare Prandelli, il commissario tecnico che dovrà ripartire da una situazione paradossale: un Mondiale in cui, per la prima volta, sono stati gli assenti ad avere ragione, i presenti ad avere torto (marcio). Vogliamo tornare a vincere.
