DELITTI D’IMMAGINE

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Oltre che per l’ottimo mercato, il Napoli si sta distinguendo anche per l’esempio di integrità e lungimiranza che dà al dissestato calcio italiano di questi tempi. I soldi spesi (bene) da Marino e De Laurentiis rappresentano un elemento in forte controtendenza rispetto al resto del movimento, con la Roma attaccata al respiratore e Milan e Inter che devono vendere le proprie punte di diamante per far quadrare i conti. Gli azzurri spendono e spandono cercando di colmare un gap acquisito nel corso dell’ultimo campionato, un’annata che ha palesato limiti strutturali colmati con intelligenza dalle recenti trattative di mercato, pilotate finalmente da un allenatore che sa il fatto suo e chiuse con tempismo tale da bruciare sul tempo anche le grandi squadre. Inoltre il tanto decantato secondo quinquennio partenopeo sta dando segnali forti non solo dal punto di vista degli acquisti, ma anche per quanto riguarda i sogni sempre vagheggiati dal Presidente, progetti che sembrano voler prendere forma insieme all’ascesa del Napoli nel calcio che conta.

Eppure c’è qualcosa che non quadra. Perché a voler strafare si rischia di fare grossi danni a causa di un eccessivo integralismo nei confronti dell’obiettivo che ci si è prefissi. Si possono anche avere ottime intenzioni, ma se poi non hai anche un minimo di flessibilità puoi uscire dal seminato e corri il serio rischio che i tuoi pur buoni propositi ti si ritorcano contro. I grandi progetti di Aurelio De Laurentiis, dallo stadio virtuale al pugno duro contro i calciatori esosi che battono cassa pur senza meritarselo, sono tutti encomiabili e assolutamente innovativi. Fra tante buone idee ce n’è però una che, per quanto apprezzabile sulla carta, può mettere in pericolo gli obiettivi a lungo termine del Napoli. La scelta di tenersi stretti i diritti di immagine dei calciatori anche a costo di perdere acquisti praticamente fatti si trasforma in una specie di guerra di nervi, nel corso delle trattative, poiché molti giocatori sono indispettiti dal fatto che la squadra che sta per comprarli voglia arrogarsi i proventi futuri dei loro successi. È comprensibile che la società voglia un tornaconto se alcuni dei suoi ragazzi da illustri sconosciuti diventano campioni corteggiati dagli sponsor, ma non si può pretendere sul serio che un calciatore che diventa famoso e quindi una macchina da soldi possa lasciar sfruttare la propria immagine per intero a chi detiene il suo cartellino. Sarebbe come se un commesso di un negozio svolgesse un secondo lavoro per arrotondare ma dovesse portare l’altro stipendio ai proprietari del negozio. Un ragionamento unilaterale e senza molto senso: un calciatore è un dipendente, non una proprietà.

Le ultime “vittime” di questo gioco al ribasso del Napoli sono stati Obinna e (probabilmente) anche De Sanctis. Due ragazzi che si erano già provati la maglia azzurra e se la sentivano cucita addosso, salvo vedersela strappata dalle pretese “totalitarie” della società partenopea. Ha ragione De Laurentiis a dire che ci sono tanti giocatori al mondo; per una porta che si chiude c’è sempre un portone che si apre. Ma una scelta simile rischia di penalizzare il calciomercato del Napoli, perché non saranno molti i calciatori affermati che accetteranno di rinunciare ai propri diritti di immagine. Perseverando in questa politica si potrà sempre puntare soltanto a ragazzi giovani e vogliosi di affermarsi che una volta famosi andranno a cercarsi un ingaggio migliore altrove. Calciatori di livello medio-alto non verranno mai, a meno che non siano pazzi d’amore come Quagliarella, e si sa che senza qualche elemento del genere il Napoli non potrà mai spiccare il volo. È un circolo vizioso: se non si sale in vetta non si raggiunge il potere, e se non si raggiunge il potere è impossibile imporre le proprie idee e i propri progetti. Capito l’antifona?

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