Corbo: Stop Napoli, ma il sogno puo’ continuare

Dal trionfo del calcio tattico esce il verdetto più ingrato. In un finale che brucia come una frusta. Il tema lo detta all’inizio Allegri con la prudenza di chi si affida alla forza quieta di una squadra rodata da 15 vittorie di fila. La classifica propone alla Juve il sorpasso dell’inattesa capolista. Altri si lancerebbero in un folle, cieco, spregiudicato assalto. L’atteggiamento dei quattro volte campioni d’Italia sorprende due volte: si ispira al calcolo piuttosto che al coraggio. La prima decisione è un cenno di profondo rispetto per il Napoli: la nuova formula difensiva, linea che passa da 3 a 4. Non si ripete quindi l’errore del Torino che con uno smagrito e corto terzetto difensivo lasciò due zone franche negli angoli, quella di sinistra scelta subito come zona operativa di Insigne, decisivo anche per gli assist. La difesa regge nel primo tempo con il sofferente ma risolutivo Bonucci. Che deve arrendersi nella ripresa, quando il ginocchio colpito pericolosamente cigola. Ma in fase difensiva si rivela prezioso un altro accorgimento: due centrocampisti, quasi sempre Khedira e Marchisio o Marchisio e Pogba, si stringono formando una doppia transenna che chiude la linea verticale di collegamento tra Jorginho e Higuain. Il bomber rimane quindi solo e senza più contatti in avanti, abbandonato al suo destino come un missionario in terra straniera.
La seconda è di pari rispetto per il Napoli: spunta, come quarto a destra nella linea mediana, Sami Khedira. Evidente: Allegri sa che nel Napoli gioca il più temibile specialista di inserimenti, Hamsik, proprio il giocatore che la Juve aveva tentato di portare a Torino quando era con Benitez campione irrisolto, giocando spalle alla porta, sacrificato ad un ruolo nebuloso e mille polemiche. Khedira concorre a ridurre il rendimento di Hamsik, con cresta sempre nera ma troppo bassa ieri. Faticano senza splendere anche Insigne e Callejon: è fatale che il Napoli limiti quei triangoli capaci di bucare come trapani le zone esterne dei rivali. Stavolta sulle fasce la Juve punta sulla eccessiva fisicità a sinistra di Pogba, bilanciando l’azione a destra con Khedira e Liechtistein, il secondo al rimorchio del primo.
Sarri non può sperare di più contro una Juve massiccia, deve riconoscerne forza e velocità di uscita. Ma non si rassegna neanche quando i suoi non riescono ad occupare posizioni costantemente avanzate, ne deriva un pressing decoroso ma non asfissiante: ha tuttavia carte alte da giocare, ci prova, ci spera, perché Koulibaly è la solita colonna, Albiol l’altra, ma Torino certifica anche la maestosa duttilità di Hysai, che non teme neanche di misurarsi a tratti con Pogba. In una partita che si risolve in uno scontro stretto, con confronti ravvicinati in poco spazio, da far sembrare il campo piccolo come un ring, sono esemplari nella solidità Allan e Jorginho, frequenti antagonisti di Pogba quando si accentra e di Dybala che fa spesso velo sul centrale di Sarri. Le buone stelle, e la Juve ne ha tante, spostano nel finale la soluzione. Martens subentra a Insigne, ma non cambia nulla. Allegri elimina prima Morata, poi Dybala. Il secondo è una moneta lanciata in aria: Alex Sandro, un difensore che rischia di aggrovigliare ancora di più la partita. Ma in campo era entrato anche Simone Zaza. Ha lui la chiave per far volare la Juve nello scatto finale per il sorpasso. Una accelerazione che non butta certo il Napoli fuori pista, c’è ancora tempo per correre, vincere, sognare.

ANTONIO CORBO PER NAPOLI REPUBBLICA

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