UN PAREGGIO DA POLLI

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Nell’istante in cui il signor Rizzoli manda Roma e Napoli sotto la doccia, resta il malcontento dei romanisti che non perdonano ai ‘chicos’ di Luis Enrique le loro inutili finezze, ma rimane altresì per noi partenopei una profonda sensazione di presa per i fondelli, di rabbia, di ennesima delusione, di altrettanto ennesima occasione buttata alle ortiche. Doveva essere vittoria, soprattutto poteva essere vittoria: era obbligatorio fare il colpo grosso all’Olimpico per continuare a mantenere intatto il sogno-Champions (e chissà se dopo Udinese-Lazio e Inter-Cesena rimarrà tale…), ma in particolare era nelle corde degli azzurri la possibilità di fare il colpaccio, data la situazione caotica e da ultimi giorni di Pompei, o quasi, che regnava in casa giallorossa.

E invece dalla Capitale la Mazzarri-band se ne torna con un pareggio che non può affatto essere motivo di soddisfazione per noi perché complica pericolosamente la corsa europea, e che ci lascia l’amaro in bocca per il modo con cui il Napoli l’ha regalato all’Armata Brancaleone di Capitan Totti, non tanto nelle ultimissime battute quanto nell’arco dell’intera partita. Contro una squadra allo sbando e reduce da due sconfitte consecutive come la Roma, una squadra vittima delle contraddizioni causate da un progetto troppo ambizioso e destinato al default, il Napoli avrebbe dovuto impostare fin dal primo tempo una gara battagliera e spavalda, con un certo tipo di atteggiamento sia tattico sia mentale; l’umile Walter, al contrario, non solo ha voluto a tutti costi rimanere fedele integralmente al suo credo tattico, attendendo i capitolini per poi colpirli di rimessa, ma ha anche catechizzato male Zuniga e Maggio, che in fase difensiva si sono persi Taddei e Rosi svariate volte e non hanno affondato su quelle corsie pur non essendo i loro diretti avversari dei difensori puri alla Burgnich, per intenderci.

Seppur immersa nei suoi inutili orizzontalismi, la Roma ha avuto la fortuna di trovare gli spazi lasciati da una squadra azzurra troppo permissiva, timida e, col passare dei minuti, anche impaurita sicché, dai e dai (anzi ‘daje e daje’, visto che eravamo nella Capitale…), i padroni di casa hanno cominciato a crederci e, complice la solita difesa imbambolata del Napoli, hanno trovato il goal con Marquinho. Lì, forse, abbiamo pensato che da questa serata sarebbe uscita fuori un’altra sconfitta, inattesa per quanto si vuole alla vigilia, ma meritata almeno per gli obbrobri tattici ed emotivi visti fino a quel momento, intervallati da qualche buon contropiede sciupato come sempre. Poi, nella ripresa, ecco il Napoli che non ti aspetti: pronti, via e Zuniga s’inventa la prodezza su una palla ricevuta al limite dell’area direttamente da calcio d’angolo, lasciato libero dai troppo pigri difensori giallorossi che, forse, avevano la testa ancora negli spogliatoi, sensazione, questa, corroborata da quanto è successo nei minuti successivi: con una Roma semi-scioccata, i partenopei hanno cacciato la testa fuori dal sacco, attaccando a spron battuto e dando vita quasi a un attacco a Fort Apache, capendo di poter vincere e, soprattutto, di poter fare male proprio sulle corsie esterne, e guarda caso è proprio da lì che hanno creato i pericoli maggiori al bravo Lobont, finché Cavani ha posto fine al più micidiale e classico dei contropiede con un goal alla sua maniera, un destro a giro dal limite dell’area che non ha lasciato scampo al portiere romeno. Napoli attento a non soffrire e a non concedere campo agli avversari? Assolutamente no, anche perché Mazzarri decide di suicidarsi nel peggiore dei modi, facendo sì entrare Lavezzi ma sostituendolo con Cavani: ok, appare stanco e spompato, ma perché toglierlo quando può dare il colpo del ko in qualsiasi momento? Perché, ad esempio, non levare Dzemaili, che fino a quel momento era stato assai poco incisivo?

 Non è solo questo cambio inspiegabile la causa della mancata vittoria degli azzurri: negli ultimi minuti, infatti, i nostri beniamini si chiudono troppo in difesa e rinunciano ad attaccare, arretrando il loro baricentro e consentendo alla Roma di scendere in avanti a folate, trascinata dal sempiterno Totti, una Roma che riesce ad acciuffare per i capelli il punto ancora una volta sfruttando il ventre molle dei partenopei, ossia le corsie esterne; eh sì, perché Maggio riesce nell’incredibile impresa di farsi uccellare dall’illustre sconosciuto Tallo, mentre, sul cross del giovane esterno, chissà come mai c’è Zuniga, e non uno dei centrali di difesa, a marcare Simplicio, pronto a colpire a fil di sirena come giù successo all’andata. Un goal fotocopia del primo; di più, un goal fotocopia di tanti altri tra i 43 subìti dagli azzurri in quest’annata.

 

Una considerazione, questa, che fa riflettere molto e che ci porta oltre le ultime quattro partite rimaste al Napoli (tre di campionato più la finale di Coppa Italia), facendoci soffermare ad ampio raggio sulle enormi contraddizioni e sugli errori che hanno segnato la stagione; siamo costretti, ancora una volta, a dover ascrivere a Mazzarri le cause dell’ennesima delusione azzurra: questo pareggio da polli (è il caso di dirlo) non è figlio solo delle strane e spesso indecifrabili decisioni prese dal tecnico nell’impostazione tattica della squadra, mai camaleontica e niente affatto duttile come avrebbe potuto esserlo stasera, ma è frutto anche dell’atteggiamento psicologico e mentale che l’umile Walter ha trasmesso alla squadra, un atteggiamento che nei momenti cruciali della stagione si è rivelato dannoso e nocivo, mostrandoci dei giocatori spesso poco furbi, poco cinici, incapaci di leggere in maniera sveglia e rapida la chiave tattica di una partita quando le danze sono iniziate. Non diciamo ciò perché criticare l’allenatore sia diventato ormai il nostro sport preferito, bensì perché siamo convinti che, quando una squadra di calcio sbaglia l’attitudine da adottare nei confronti dell’avversario e interpreta il match nel modo sbagliato, ciò può accadere anche a causa di un singolo giocatore, ma nella maggior parte dei casi tali errori di interpretazione originano da chi la allena la squadra di calcio. Di queste insufficienze di Mazzarri gioverà tenerne conto, specie se il Napoli non dovesse riuscire a fare suoi gli obiettivi rimasti e sempreché i partenopei abbiano ancora voglia di farli loro.

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