THE DELA SHOW

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Di tutto, di più. Quello che è da sempre lo slogan della RAI aderisce perfettamente anche alla personalità di Aurelio De Laurentiis. Dalla sbroccata in Lega con fuga in motorino fino all’alterco di Parma, passando per quei pittoreschi show in conferenza stampa e roba simile. A mille ce n’è, diceva quel famoso libro di favole. Qui non si parla tanto di fiabe quanto di storielle, di quelle che poi le racconti al bar e ci scappa anche una risata. Don Aurelio è così, un po’ sui generis, lo conosciamo fin troppo bene. Delle sue avventure se ne discute ad oltranza nel bene e nel male, non potrebbe essere altrimenti vista la caratura del personaggio. Un soggetto straordinario, un uomo di spettacolo senza se e senza ma. Un uomo che andrebbe raccontato, se non fosse già così bravo a raccontarsi da solo. 

Fateci caso, ogni episodio che lo vede protagonista ha sempre un solo e unico filo conduttore: l’occhio della telecamera. Si raccontano tanti “dietro le quinte” dei presidenti, spesso più a proprio agio al ristorante o sulla poltrona di un ufficio che davanti ai microfoni. DeLa invece no: di lui si conosce molto la vita pubblica e poco quella privata, ogni sua “impresa” trova sempre l’operatore di camera pronto ad immortalare l’attimo e renderlo eterno. Il giornalista è il suo sparring partner, la figura che in un modo o nell’altro è sempre travolta dalla valanga presidenziale. Difficile che non sappia ciò che sta facendo: l’istrionico Aurelio ha il telecomando, riesce a pilotare a suo piacimento qualsiasi reazione, positiva o negativa che sia. E il reporter è alla sua mercé, diventa a sua volta notizia, proprio lui che la notizia dovrebbe farla. Inevitabile che un uomo così esplosivo sia poi mal visto da chi deve reggergli il gioco. Come in quest’ultima occasione. I veri protagonisti della querelle sono stati i giornalisti della RAI, che erano al posto giusto al momento giusto ed hanno documentato il tutto con dovizia di particolari. Uno zelo forse poco imparziale (Antinelli i giudizi personali poteva risparmiarseli) e magari anche un po’ eccessivo; di certo non gradito dalla SSC Napoli, che ha scelto di “punire” la tv nazionale vietando ai suoi tesserati di parlarci. E qui, bisogna purtroppo riconoscerlo, la dirigenza azzurra non è stata ineccepibile. Era comprensibile che non parlasse De Laurentiis, probabilmente ancora scosso dalla lite, ma è ingiustificabile che nessun altro abbia avuto l’ok all’intervista con la RAI. Come se ci fosse uno sgarro da scontare, come se il cameraman in quel momento avesse dovuto spegnere tutto ed insabbiare l’accaduto, per rispetto al presidente del Napoli. Come in un miniver di orwelliana memoria. 

 

In fondo il vero peccato di tutta la storia è questo qui, solo questo qui. La presunta “rissa” infatti può già andare in archivio. Già, perché poi alla fine oltre a qualche parola forte e un paio di spintoni c’è stato poco altro, per giunta con ampie scuse nel day-after, quindi non drammatizziamo oltre. Aspettiamoci di sicuro anche un bel regalo al tifoso vittima di tutta la situazione, così come fu per l’ormai storico mister motorino. Quattro chiacchiere e stretta di mano, partita in tribuna ed è tutto dimenticato: buon per lui e giusto così. Gli unici a non ricevere scuse, come sempre, sono i giornalisti. Colpevoli di cosa? Di aver riportato i fatti, sic et simpliciter, senza preoccuparsi di cosa ne avrebbe pensato De Laurentiis? È il loro lavoro, non potrebbe essere altrimenti. Quindi, presidente, ci sia perdonata l’insolenza, ma è il caso di fare un piccolo passo indietro. Dal decidere con chi parlare al decidere le domande lecite e quelle illecite il passo è davvero breve. E non va bene, non va bene per niente.

 

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